Dalle rovine – Luciano Funetta

Categoria: un libro comprato all’estero.

Mi si dirà: è un libro italiano. Sì, ma l’ho comprato mentre ero in Canada, per proporlo al gruppo di lettura dell’università.

Dalle rovine l’avevo già incrociato tra i romanzi del premio Strega dell’anno scorso ma, apprezzatane la copertina, ne avevo escluso la lettura immediata: pornografia e serpenti non erano priorità, né lo sembravano. Un po’ per caso, ci sono inciampato di nuovo, e ne esco molto soddisfatto. Come tutti mi dicevano, i porno-serpenti erano solo il la del romanzo; il resto, il focus, il centro, il vero fulcro è ben altro.

Questo mi è chiaro, ora. Poi, quale sia il fulcro del romanzo, non lo so dire con precisione. Quello che mi resta è questa situazione onirico-surrealista, a tratti da noir cittadino, a tratti da casa-prigione claustrofobica. Un’immersione molto piacevole in una storia conturbante e asfissiante. Una sensazione che arriva prima della storia, dello stile e della struttura. Semplicemente funziona.

Non riuscivamo a respirare mentre guardavamo il corpo bianco e lucido di Rivera che si distendeva sul pavimento sotto le carezze dei quattro serpenti che gli percorrevano la pelle come se cercassero qualcosa. Sembravano un’unica serpe ondeggiante, un groviglio lento di spire che si avvicinava al suo pene eretto e cominciava ad avvolgerlo senza stringerlo.

In breve, un uomo, Rivera, vive solo con i suoi serpenti. Per una ragione non chiara registra con una telecamera un suo orgasmo mentre i serpenti percorrono il suo corpo. Sarà un successo, che lo proietterà nei strani meandri della pornografia artistica, ambiente costellato di criptiche figure metà maledette metà folli.

Il tallone d’Achille del romanzo è il finale, perché non c’è. Il romanzo pare essere stato lasciato andare alla deriva, nel senso più proprio del termine, in una navigazione che non spera di vedere terraferma, e che si accontenta di uno scoglio o un’isoletta qualsiasi, purché interrompa la linearità dell’orizzonte.

Infine, la cose migliore: il narratore. Anzi, i narratori, quel “noi” che non si capisce davvero chi è. Per un po’ ho pensato fossero i serpenti. Il protagonista vive con la loro sola compagnia, quindi chi altri? Invece no, perché il noi narrante è più mobile di serpenti chiusi in delle teche. Non dirò altro sulla questione, vi lascio il piacere della lettura. Dirò solo che questo tipo di narrazione è efficacissimo nell’aumentare esponenzialmente la paranoia del lettore, nel far dubitare l’identità di questi osservatori invisibili, nel percepire i loro occhi addosso.

Quando Rivera se ne andò, nessuno lo vide a parte noi. Lo guardammo mentre si allontanava e scompariva tra gli alberi, lo osservammo inoltrarsi nella prigione di rami, dentro la vegetazione dove ad aspettarlo erano in due, in tre o in venti, anche se in realtà lo aspettava una persona sola.

 

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