Ferrovia Sotterranea

La ferrovia sotterranea – Colson Whitehead

Categoria: un libro letto all’estero

Ho finito Whitehead a Parigi. Non è una intera lettura, certo, ma il fatto di avere una (quasi, ci stiamo lavorando) doppia cittadinanza italo-polacca fa sì che io non possa intendere (con buona pace dei fascistelli in giro) né l’Italia, né la Polonia il mio paese straniero. Bando alle ciance e passiamo a Colson, caso letteraro assai discusso!

Tradotto già in 40 lingue, è il vincitore del Pulitzer 2o17, del National Book Award  e di altri premi favolosi, tra cui dell’Artur C. Clarke per letteratura fantastica: è proprio quest’ultimo, a leggere le interviste,  che rende l’autore orgoglioso. La formazione di Whitehead è avvenuta su letteratura di genere e sui fumetti Marvel e uno dei suoi romanzi precedenti parla di zombie – che, comunque, vorrei ricordare, è un argomento pienamente antropologico (ma dipende cosa ci si fa).

Basta coi preliminari. La storia si basa su una di quelle cose che piacerebbero a Calvino: Whitehead immagina che la “ferrovia sotterranea” sia una vera ferrovia sotterranea, binari, carbone e tutto, anziché il nome dell’associazione partigiana fatta di persone disparate che aiutavano gli schiavi neri del Sud ad arrivare al Nord. Chiunque – io sicuramente, assieme a tutti i bambini – la prima volta che sente “ferrovia sotterranea” immagina una cosa reale, affatto metaforica.

All’inizio, c’è un buon numero di pagine in cui tutto è perfettamente realistico: la nonna di Cora, la protagonista, che viene rapita dall’Africa, portata negli States, venduta e rivenduta; la vita degli schiavi in una piantagione in Georgia, la violenza, l’orrore di cosa siamo in grado di farci per profitto. Poi si arriva a scendere sotto una botola in un granaio pieno di catene di ogni misura per ogni tipo di sevizia su schiavo (scena che ha del magico-macabro), giù per le scale e sulla banchina della ferrovia: tutto è perfettamente normale, molto più realistico della luce mattutina che si insinua tra le assi di cui è fatto questo granaio di catene (forse non era mattina e la luce non era dorata, ma io me la immagino così).

Tutto continua normalmente: l’orrore di una piantagione è così raccapricciante, così ultra-reale, che non viene in mente di controllare se i dettagli storici siano coerenti cronotipicamente: siamo negli anni ’20 del XIX secolo, Cora arriva in Nord Carolina e sembra il paradiso: i neri possono fare solo lavori umili, vivono un po’ segregati, ma sono liberi. Finché non scopre che i medici stanno aprendo una campagna per sterilizzare i neri e fanno esperimenti sugli elementi considerati fragili (vi ricordate della storia dell’isteria?). Cosa realmente accaduta, ma a fine secolo.

Arriva a questo punto il grande cattivo del libro: il cacciatore di schiavi, Ridgeway, incarnazione del Sistema Americano. Citando lui stesso:

È vero però quello che dici. Ci inventiamo un sacco di fesserie per nascondere le cose. […] Significa prenderti ciò che è tuo, quello che ti appartiene, qualunque cosa pensi che sia. E tutti gli altri se ne stanno ai loro posti assegnati per permettertelo. Che siano i pellerossa o gli africani, devono arrendersi, sacrificarsi, in modo che noi possiamo ottenere ciò che ci spetta di diritto. I francesi che rinunciano alle loro pretese territoriali. Gli inglesi e gli spagnoli che si fanno da parte. […] Ma dopo tutti questi anni, io preferisco lo spirito americano, quello che ci ha fatti venire dal Vecchio Mondo al Nuovo, a conquistare, costruire e civilizzare. E distruggere quello che va distrutto. A elevare le razze inferiori. Se non a elevarle, a sottometterle. Se non a sottometterle, a sterminarle. Il nostro destino prescritto da Dio: l’imperativo americano.

Cora visita altri posti: il Tennessee, sul “Sentiero delle Lacrime e della Morte” (via aperta dai piedi dei Nativi deportati verso l’Oklahoma, dopo il 1850); la Carolina del Sud; l’Indiana; il Connecticut; il Massachusetts. Ridgeway è sempre sulle sue tracce, implacabile, come l’ombra di ogni Stato è sempre sull’uomo e la donna privi di diritti. I tempi degli States si mischiano, fuga e inseguimento tengono il lettore col fato sospeso e le pagine volano: ve lo dico, io a 5 pagine dalla fine ho pianto.

Poi mi sono calmata, mi sono trovata piena di fiducia in quei piccoli uomini (“Chi ha costruito la ferrovia?”) che cambiano la Storia e, quindi, ma anche soprattutto, la vita delle persone. Poi volevo citare il pezzo che mi aveva così commossa e mi aveva fatto vedere questo sistema di fragili speranze e me lo ero immaginato. Così come l’aria dorata sulle catene arrugginite. Quello che voglio dire, è che ho l’impressione che questo libro dia un’immagine più forte di quello che è: e forse è davvero questa la sua forza.

Rispetto alle strutture narrative, alla lingua e alle stratificazioni ricche di Toni Morrison, Whitehead ha scritto un libro banalmente elementare in forma e linguaggio. Si può scrivere così? Evidentemente sì e ci si vince pure il Pulitzer. Non so, però, se è il modo in cui la mia personale concupiscenza narrativa viene soddisfatta.

Certo, c’è tanto lavoro di documentazione. Whitehead ha attinto all’archivio (qui) delle testimonianze degli ultimi schiavi liberati che avevano quasi vissuto un secolo, negli anni ’30 del XX secolo. Tanto che, ho sentito dire dalla ragazza al banco SUR della Fiera della piccola e media editoria, il libro ha rischiato di essere un saggio. Invece l’autore voleva proprio scrivere un romanzo di suspance: e in questo è riuscito benissimo!

E invece tutti che gli chiedono commenti politici. Tipo a che punto siamo col razzismo negli USA. Lui dice che siamo molto male e che Trump è l’altra medaglia di Obama, la cui presidenza, tra l’altro, non ha cambiato nulla di fatto. Io non sono convinta. Perché sapere in teoria che una donna può essere Presidente degli Stati Uniti è una cosa; vederlo, è un’altra; così un nativo o una nativa. Vi immaginate che rivoluzione per i nostri occhi?

Ma tant’è, questo pensa Whitehead. Che il razzismo ci sarà quando noi saremo andati. E non per questo tocca smettere di lottare per i diritti; ma che lui non si qualifica come engagé e non era quello il suo scopo ultimo, quello di fare un manifesto. Forse, però, a forza di studiare le testimonianze e la storia, si diventa engagé per forza? Probabilmente no, non è così.

Ah, è anche un romanzo steampunk, ho saputo. Perché c’è la ferrovia, no. Io sono un po’ contenta e un po’ delusa, alla fine. Non so dire davvero, del romanzo. So però che bisogna davvero continuare a lottare per i diritti, a costruire ferrovie, a sperare.

Un po’ di bibliografia di gente molto più soddisfatta di me qui e qui e qui e qui e qui.

Infine, vorrei dire che in concomitanza con il romanzo (agosto 2016) è uscita una serie, Underground (marzo 2016), e hanno davvero davvero tante cose in comune. La prima stagione è folgorante. Vedetela.

 

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