Mabanckou

Pezzi di vetro – Alain Mabanckou

Categoria: un libro comprato all’estero.

Se a Roma cerco di comprare solo in librerie indipendenti, a Parigi approfitto del mercato dell’usato il cui tempio è Gibert Joseph. In tempi di maggiore disponibilità di tempo, avrei fatto un giro anche da Gibert Jeune, al Quartiere Latino. Avrei guardato la luce sul selciato di rue de la Huchette e avrei pensato al fuoco che segretamente anima e consuma ogni vero cronopio a causa dei famas. Invece stavolta ho affondato le mani solo da Gibert Joseph, su Saint-Michel, al primo piano (letteratura) e al secondo piano (pochotèque Mabanckou– il reparto dei tascabili). Ne sono uscita con 16 testi tra cui uno che ho iniziato a leggere il giorno dopo: Verre Cassé di Alain Mabanckou, tradotto in italiano come Pezzi di vetro* da Daniele Petruccioli per i tipi di 66thandthe2nd.

Il titolo francese significa bicchiere rotto o vetro rotto. Si tratta del nome dell’io narrante, di cui l’intero testo è taccuino. Ma c’è un’altra cosa che mi ha fatto riflettere, riguardo alla traduzione (a una traduzione possibile, poiché non ho letto il testo italiano): il fatto è che verre, pronunciato e non scritto, suona esattamente come “verme” (ver) e “verso” (vers). Et pour cause! Perché il nostro narratore è un poveraccio di Pointe Noire, Congo-Brazzaville, che passa quasi tutto il suo tempo nel bar del quartiere Trois-Cents quando non cerca una prostituta (ma viene rifiutato da quelle avvenenti), non caca sotto un albero o si compra un pollo-bicicletta da Madame Mfoa. Uno che la moglie ha lasciato, uno che è stato cacciato dalla scuola dove era costretto ad insegnare.  Un miserabile. Al quale, però, il proprietario del bar dice: credimi, io stesso ci ho provato più volte ma non funziona perché non ho quel vermiciattolo che rode quelli che scrivono, tu questo verme ce l’hai, si vede quando parliamo di letteratura, hai subito l’occhio che brilla e i rimpianti che riaffiorano sulla superficie dei tuoi pensieri, (…)

Verre cassé, un bicchiere rotto rosicchato dal verme della scrittura. Un verso spezzato.

Non so come se la siano cavata i due traduttori italiani, nelle due edizioni. Spero bene: ma non avevo pensato a un altro effettivo problema di traduzione di un’altra cosa che mi è piaciuta da impazzire del testo: l’intertestualità. Ho una lunga storia di passione manifesta per la caccia ai palinsesti; all’università, la mia docente preferita poteva interrompere la lezione, puntarmi il dito e dire: cosa ti ricorda questo pezzo? E io scavavo, come un cane da tartufi, tra le letterine nere stampate.

Ecco, Verre cassé è stracolmo di citazioni. Dice siano più di 300: dal nome del padrone del bar (allusione da me non colta), ad altri romanzi di Mabanckou stesso (vi ricordate cosa disse Balzac quando inventò il ritorno dei personaggi?) a tirade lunghissime composte da virgole e titoli di altre opere che magicamente e magistralmente compongono un discorso per-fet-ta-men-te coerente. Una magia bellissima. Per un’analisi si veda questo pezzo su La Balena Bianca.

Insomma, è un libro altissimo che parla di cose umane e basse (c’è anche una gara di pisciata, sì, anch’essa umana) con un linguaggio da intellettuale vero, anzi, con la lingua del grande maestro. Così, quando qualcuno mi dirà di nuovo, ad esempio, “come poteva Macron parlare anche per i poveri, lui che viene dalla classe medio-ricca? È naturale che parli solo ai medio-ricchi”*, risponderò: “Poteva e può. Mabanckou lo insegna, Verre Cassé ce lo racconta: basta capire cosa è giusto e cosa non lo è”.

 

*Per me, Pezzi di vetro è una canzone, brutta, di De Gregori; mi dispiace moltissimo per l’accostamento.

**faccio riferimento a questo untissimo e magistrale pezzo di Carrère.

 

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