Aimé Césaire

Cahier d’un retour au pays natal – Aimé Césaire

Categoria: un poema.

Quando pensavo a quale poema leggere, avevo in mente cose tipo Virgilio, Goethe o Eliot. Eliot, certamente Eliot, mi dicevo. Finalmente anche io avrei potuto citare Eliot. E invece no. Una domenica mi sono trovata a combattere con uno dei padri fondatori della négritude, colui che ha sancito l’ingresso degli scrittori afropei (africani? Black? Francofoni? Léonora Miano li chiama afropei e lo trovo estremamente azzeccato) sulla scena della letteratura “tradizionale” (fondamentalmente bianca e maschile). Césaire non è il primo a costruire una narrazione anti-coloniale o che spezza il modello lontano-Africa-esotismo-poverini che dominava (e domina ancora, specie la nostra immaginazione) la letteratura. Per onestà citiamo quindi: Félix Darfur, Anténor Firmin, Léopold Panet, l’abate Boilat e, naturalmente, William DuBois.

Mi sento in dovere di dire che ho un forte sentimento di inferiorità verso la poesia: mi sono sempre occupata di prosa e sento di non capirla proprio, la poesia. Non è vero, ma la pippa mentale c’è e quindi ve la beccate. Ho quindi rimandato la scrittura di questa recensione per più di un mese: ma non è solo perché si tratta di poesia. C’è che Césaire attacca i bianchi, perché fino a quel momento la Storia ufficiale era stata solo bianca: lo fa duramente e con tutta la ragione dalla sua parte. Tutta. E questa cosa mi fa sentire in colpa anche se prendo le sue parti e voglio costruire un mondo migliore da adesso; mi fa sentire in colpa anche se una risposta di rifiuto di collaborazione alla Malcolm X non l’accetterei. Eppure capisco, in qualche modo, le sue ragioni: e le capisco ogni volta che leggo che questo è un capolavoro della “letteratura francofona caraibica”. Facciamo tutti molta attenzione: Aimé Césaire è nato in Martinica che, come allora (!!!), oggi (!!!) è un dipartimento (cioè una regione) della Francia.

Localizzazione: Francia. La Martinica è dall’altra parte dell’Oceano ma non fa niente, perché il suo geocentro è la Francia. Ma visto che Césaire non era bianco come, che so, Tolkien (nato in Sudafrica, colonia inglese), ma era nero, allora la sua letteratura è caraibica e non francese. I tempi sono maturi per cambiare le etichette – ossia il modo in cui ci esprimiamo.

Diario di un ritorno al paese natale è stato iniziato in Dalmazia. Césaire era studente della prestigiosa ENS a Parigi e un amico lo invitò a passare le vacanze insieme. La Dalmazia ricorda al nostro autore casa: così inizia il poema. Nel frattempo, a New York, nel quartiere omonimo, sboccia la Harlem Renaissance. Si leva un coro di voci a dire cose che, fino a quel momento, non erano state dette in Occidente. Non così, non con quella forza, non con quella pervasività.

Ho letto diverse volte la prima pagina del Diario senza capire nulla. Sconcerto. Nessuna accoglienza. Nessun confort. Sono andata avanti così, a tentoni, in un ambiente inospitale e frammentario: ho dovuto mobilitare tutti i miei sensi, cambiando posizione in poltrona. Inizia con un’alba che si leva e la luce che dipinge cose sempre viste ma mai guardate. Un surrealismo impegnato e di grande impatto.

La voce narrante decide di partire, tornare alla terra natale; allo stesso tempo invoca il potere di nominare le cose, “il segreto delle grandi comunicazioni e delle grandi combusioni. Dirò tempesta. Dirò fiume. Dirò tornado. Dirò foglia. Dirò albero”. Ma la storia che racconta è quella delle vessazioni degli africani, deportati, messi in catene, venduti come cavalli al mercato. La storia è un canto di morte.

Chi e quali siamo, noi? Ammirevole questione!

La voce s’inarca e diventa più profonda, si apre la gola e ne esce la memoria:

Ma chi allontana la mia voce? Chi scuoia la mia voce? Mi cacciano in gola mille uncini di bambù. Mille aghi di riccio. Sei tu, sporco pezzo di mondo. Sporco pezzo di alba. Sei tu, sporco odio. Sei tu, peso dell’insulto e cent’anni di colpi di frusta. Sei tu, cent’anni di pazienza, cent’anni di affanni per non morire.

La voce inneggia alla distruzione del mondo con una gioia tutta dada, spoglia di orpelli, ricca della prevista sorpresa del lettore.

Quanto sangue nella mia memoria! Nella mia memoria sono lagune. Sono cosparse di teste di morti. Non sono cosparse di ninfee. Nella mia memoria sono lagune. Sulle rive le donne non hanno steso i panni.
La mia memoria è circondata di sangue. La mia memoria è cinta di cadaveri!
e mitraglia i barili di rum che perfettamente innaffiano le nostre rivolte ignobili, deliquio di occhi dolci per aver tracannato la libertà spietata

(i-negri-sono-tutti-uguali, ve-lo-dico
i vizi-tutti-i-vizi, ve-lo-dico-io
l’odore-di-negro, eh-muove-il-bastone
ricordate-il-vecchio-detto:
picchiare-un-negro, è nutrirlo)

C’è la questione che essere un nero in un mondo di bianchi (cfr. Kiwanuka) a volte ti fa indossare una maschera bianca (ne scriverà Fanon) e l’odio per le vessazioni, per i secoli di deportazione e violenza monta. Gridare vendetta sarebbe facile: la sete di sangue era ciò che si temeva negli Stati Uniti, nel XIX secolo, quando i padroni si resero conto che i neri incatenati nelle piantagioni superavano numericamente gli schiavisti. Se ne parla nell’assolutamente-da-leggere Ferrovia sotterranea di C. Whitehead, Sur Edizioni. Ma questo giovane autore colto (ha 26 anni alla prima stesura, cui ne seguiranno molte), che conia neologismi dal latino, sceglie un’altra strada:

ed ecco alla fine di quest’alba la mia preghiera virile
che io non ascolti né le risa né le grida con gli occhi fissi
su questa città che profetizzo, bella,
dammi la fede selvaggia dello stregone
dà alle mie mani la forza di plasmare
dà alla mia anima la tempra della spada
non mi tiro indietro. […]

fa’ di me un uomo d’iniziazione
fa’ di me un uomo di raccoglimento
ma fa’ di me anche un uomo di semina

fa’ di me l’esecutore di queste alte opere
ecco il tempo di cingersi i reni come un
uomo valoroso ―

Ma così facendo, cuore mio, preservami da ogni odio
non fare di me quell’uomo di odio per il quale 
non provo che odio
poiché per relegarmi in questa unica razza 
sai bene che il mio amore è tiranno
sai che non è per odio delle altre razze
che mi esigo essere il contadino che dissoda questa unica razza
quello che voglio
è per fame universale
per sete universale

Una strada che rinnega l’odio, predica l’accettazione di sé, della propria storia e che si infiamma d’amore. L’io lirico ha eco collettive per appartenenza e per voglia di depositare i suoi semi, di contagiare una genia futura. Mentre l’alba termina, finisce anche l’intensa visione di una manciata di attimi. Tuttavia, la rivoluzione è totale:

E noi siamo in piedi, ora, il mio paese ed io, i capelli al vento, la mia piccola mano ora nel suo pugno enorme e la forza non è in noi, ma al di sopra di noi, in una voce che fora la notte e l’uditorio come la puntura di una vespa apocalittica. E la voce pronuncia che l’Europa ci ha per secoli rimpinzati di menzogne e gonfiato di pestilenze,
poiché non è affatto vero che l’opera dell’uomo è finita
che non abbiamo nulla da fare al mondo
che parassitiamo il mondo
che è sufficiente che ci mettiamo al passo col mondo
ma l’opera dell’uomo è appena incominciata
e all’uomo resta ancora di vincere ogni divieto immobilizzato agli angoli del suo fervore
e nessuna razza possiede il monopolio della bellezza, dell’intelligenza, della forza
e c’è posto per tutti all’appuntamento con la conquista e  sappiamo ora che il sole gira attorno alla nostra terra rischiarando la particella che la nostra volontà sola ha fissato, e che ogni stella cade dal cielo sulla terra al nostro comando, senza limiti.

Si disfa l’antico mondo, si disfa il verso sulla pagina, nella rinnovata, ritrovata, proclamata, libertà.

 

(Le traduzioni dei frammenti citati sono mie, talvolta a partire da testi trovati in internet, che ho modificato perché, avendo letto l’originale, ho sentito il bisogno farlo.)

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