Wallace

Una cosa divertente che non farò mai più – David Foster Wallace

Categoria: un audiolibro.

Le letture radiofoniche sono audiolibri? Secondo me sì. Quella che mi accingo a recensire è stata fatta nell’ambito di “Ad Alta Voce”, un bel programma di RaiRadio3. Legge Paolo Pierobon. Traduzione di Gabriella d’Angelo e Francesco Piccolo. Lo trovate tutto a questo indirizzo qui.

Ho qualche difficoltà con gli audiobook: non decido io la velocità delle parole, non posso sottolineare, piegare gli angoli delle pagine, scriverci sopra. Questo mi causa una grande difficoltà di concentrazione – problema che non ho nell’ascoltare qualcuno che mi parla. Sono, però, evidentemente, una persona non abituata alla formula-radio. È stata comunque un’esperienza interessante: l’attesa della puntata successiva (solo le ultime quattro le ho ascoltate insieme, a programma finito), il piacere dei 20 minuti mattutini dedicati alla puntata del giorno prima. Mi sono presto abituata alla voce di Pierobon e mi è piaciuta la sua performance. Credo soprattutto che renda bene la gentilezza di Wallace. Che è una cosa difficile e bella. Bravo!

Anche se poi non è che mi abbia fatto impazzire, Wallace. Anni fa (Anobii dice dicembre 2011) non mi fece impazzire “La ragazza dai capelli strani”. Fatto sta che ogni tanto mi viene voglia di leggerlo. Come ne leggi in giro, Wallace è un genio: io sono ancora nella fase in cui dico “Hey, convincimi. Conquistami. Portami in giro, cantiamo insieme, sussurrami segreti tuoi e degli sconosciuti per strada”.

Una cosa divertente che non farò più è il resoconto semi-giornalistico che Wallace fa di una settimana di Crociera 7NC (7 notti ai Caraibi), commissionato:

“Mi sono sentito depresso come non mi sentivo dalla pubertà e ho riempito quasi tre taccuini per capire se era un problema mio o un problema loro.”

Come dargli torto! È difficile non parlare sempre della depressione di questo scrittore; da un lato il tema ha anche definitivamente rotto. Dall’altra si sanno poche cose sulla malattia, viene sottovalutata e gli affetti bistrattati e colpevolizzati. Sono per di più molto sensibile alle vene depressive che irrorrano questo testo, perché a mia volta ho sperimentato la depressione. E l’idea di fare una crocera mi riempie d’angoscia.

Il punto è proprio il pulsante agglomerato di motivi che si cristallizzano in una crociera (e che mi sembrano un concentrato fortissimo della mentalità statunitense). La colonna sonora della lettura ripete frammenti di una musica leggera, tra cui Jack Johnson, ed è la prima cosa che mi ha irritata: mi fa proiettare immediatamente su una enorme, immacolata nave da crociera (quindi funziona perfettamente) e mi sento subito soffocare di claustrofobia. Zero scuse, nessuna via di fuga. Una gabbia galleggiante.

E poi l’opulenza. Wallace fa un libro-lista un po’ vertiginoso con tutti gli oggetti e i servizi e le persone e le voci e le azioni sulla nave. Ed è orribile. Gli americani, il lusso, il volerne di più, l’insoddisfazione costante (e gli sprechi, dove l’attenzione non si ferma mai, però ci sono, eccome) e l’inquinamento (anche qui senza analisi, ma c’è) e questo divertisti sempre, ad ogni coso, di più, di più e ancora. E le classi, gli uomini di fatica sono sempre scuri di pelle, la gente dell’Est ha queste mansioni, i germanici altre, i greci altre… Un classismo su base geopolitica, quando non razziale, davvero abberrante (siamo sempre nel 1995).

E ci tengo davvero a dire questa cosa: ma Wallace, s’è davvero divertito? Avevo forti dubbi. E infatti! Guarda il titolo originale: A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again. Forse era meglio accollarsi un titolo ancor più lungo e aggiungere un’altra parola, no?

Wallace è una persona che vorrei aver conosciuto. Gli piaceva Lynch. Questa è una cosa importantissima. Leggetene sul RollingStones, un pezzo scritto da uno che conosco. C’è un film su-con Wallace che non ho visto (qui il trailer) ma sembra bellissimo che ti fa innamorare e piangere di gioia.

Ho preso quattro pagine di appunti nel tentativo di non perdermi le idee e ho usato due paragrafi per scrivere questa recensione che, mi sembra, in fondo parla poco del libro. Perché non m’è piaciuto e un po’ mi ha messo l’ansia, un po’ mi ha annoiata. E, straordinaria cosa, mi ha lasciato un sacco la voglia di leggere altro Wallace.

Ah! Una cosa bella è che mi ha fatto tornare in mente Jurassic Park. Ve lo ricordate? Sepolto in un passato intoccabile, di paure ataviche e dense di chi è nato attorno al ’90. Non mi era mai venuto in mente che potesse coesistere con l’era dello streaming, eppure! Beccatevi quindi la scena dei velociraptor in cucina, che Wallace vide 5 volte durante la 7NC:

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