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Io so perché canta l’uccello in gabbia – Maya Angelou

Categoria: un libro pubblicato negli ultimi 5 anni.

Cosa non vera sotto vari punti di vista, ora che ho fatto delle ricerche (sic!): I Know Why the Caged Bird Sings esce per la prima volta negli States nel 1969; da noi è pubblicato per i tipi di Frassinelli con un leggero ritardo, nel 1996, ma sotto falso nome: Il canto del silenzio. L’edizione BEAT che ho io ristabilisce il titolo originale ma mantiene – da quanto capisco – la stessa traduzione (non avrei tradotto gli inni e i canti ma bon) di Maria Luisa Cantarelli. Ed è del 2015: pubblicato negli ultimi 5 anni.

È il primo volume dell’autobiografia di Maya Angelou e va da quando è una pupetta di 3 anni a quando è una ragazzina di 17. A 3 anni è stata messa su un treno dalla California verso l’Arkansas con un fratello di 4, una targhetta al polso e un inserviente, sceso in Arizona; a 17, il libro si chiude con l’abbraccio protettivo del figlio appena nato. Ed è così che l’ho conosciuta io, Maya Angelou: una donna bellissima e saggia e piena di forza positiva. Guardatela un po’: Love Liberates

“Io so perché canta l’uccello in gabbia” parla di un’infanzia difficile nel Sud segregato, di restrizioni economiche, delle comunità religiose. Del razzismo e della solidarietà. Di come, dopo Pearl Harbor, scompaiono i giapponesi da San Francisco e le loro attività vengono prese dai neri: al pesce crudo si sostituisce il maiale cotto. È un importante documento storico senza volerlo essere. È anche un libro pieno di canti, di inni di chiesa e di fox trot e jazz. È un libro che ogni tanto fa piangere dal ridere. E ti rende accessibile un universo di esclusione, di segregazione, di insostenibilità inimmaginabile.

Ci sono dentro tanti consigli intelligenti, un sacco di saggezza.

“Mentre mangiavo Mrs. Flowers cominciò la prima di quelle che più tardi definimmo «le mie lezioni di vita». Disse che dovevo sempre essere intollerante verso l’ignoranza ma comprensiva verso l’analfabetismo.”

La trovo una cosa calzante l’attualità, quindi ci ho riflettuto molto. Ho pensato anche che l’analfabetismo di ritorno si colloca sotto “ignoranza”, nonostante contenga la parola “analfabetismo”. Oppure:

“La capacità infantile di resistere deriva dalla mancata conoscenza di alternative.”

Che mi fa pensare a quel libro magistrale che è Allah non è mica obbligato di Ahmadou Kourouma, di cui mi ripropongo di scrivere. Ci sono momenti di poesia e  immaginazione e emozione fortissime:

“Sentii un debole grido e prima che potessi aprire gli occhi Louise si era aggrappata alla mia mano. «Stavo cadendo», scosse le lunghe trecce, «stavo cadendo nel cielo».
Mi piaceva perché era capace di cadere nel cielo e ammetterlo. Suggerii: «Proviamoci insieme. Ma al cinque dobbiamo tirarci su dritte».Chiese Louisse: «Vuoi che ci teniamo per mano? Non si sa mai». Ero d’accordo. Se una di noi fosse caduta davvero, l’altra avrebbe potuto tirarla fuori.
Dopo aver sfiorato due capitomboli nell’eternità (entrambe sapevamo di cosa si trattava), ci mettemmo a ridere perché avevamo giocato con la morte e la distruzione l’avevamo scampata.”

C’è anche quel capitolo in cui gli alunni si stanno preparando per la consegna dei diplomi e Marguerite, ossia Ritie, ossia Maya è emozionatissima e ci sono le famiglie e tutti. Ed è tutto meraviglioso nella scuola per neri, finché non arriva un funzionario bianco a fare il suo discorso per diplomi. Che dice che grandi finanziamenti sono stanziati per i bianchi, che avranno microscopi e cose bellissime per studiare meglio, mentre i neri no. È un momento brutale del libro e ti viene voglia di spaccare tutto e piangere per l’orrore che ti fanno gli esseri umani e la loro inventiva. Poi se ne va. E il ragazzino, Henry Reed, fa il suo discorso di commiato. E intona (ascoltatela!):

“Lift every voice and sing,
till earth and Heaven ring,
Ring with the harmonies of Liberty…

Era la poesia scritta da James Weldon Johnson. Era la musica composta da J. Rosamond Johnson. Era  l’inno nazionale nero. Ci trovammo a cantarlo per la forza dell’abitudine. […] Eravamo di nuovo a galla. Come sempre, di nuovo. Eravamo sopravvissuti. Gli abissi erano stati gelidi e bui, ma ora un sole radioso parlava alle nostre anime. Non ero più soltanto un membro della fiera classe dei diplomandi del 1940; ero un fiero membro della splendida, meravigliosa, razza nera.
Oh poeti neri celebri e sconosciuti, quante volte siamo stati sorretti dalle vostre sofferenze, vendute assieme a voi? Chi farà il conto delle notti solitarie rese meno solitarie dai vostri canti, dei piatti vuoti resi meno tragici dalle vostre storie?
Se fossimo portati a svelare ogni segreto, potremmo erigere monumenti e offrire sacrifici alla memoria dei nostri poeti, ma la schiavitù ci ha guarito da quella debolezza. Basterà dunque dire che la nostra capacità di sopravvivenza va di pari passo con la dedizione dei nostri poeti (predicatori, musicisti e cantanti blues inclusi).”

Perché canta l’uccello in gabbia? Perché si continua a scrivere, sebbene nessun libro valga la vita di un bambino? Perché si compone, ci si rialza, si crede, ancora e ancora?

Maya Angelou è stata anche poetessa (è morta nel 2014). Mentre la ascoltavo leggere And still I rise mi sono resa conto recitarla con lei: sapevo a memoria una poesia mai letta. Ben Harper, infatti, l’ha musicata e ci ha fatto uno splendito pezzo.

You may write me down in history
With your bitter, twisted lies,
You may trod me in the very dirt
But still, like dust, I’ll rise.

Does my sassiness upset you?
Why are you beset with gloom?
‘Cause I walk like I’ve got oil wells
Pumping in my living room.
Just like moons and like suns,
With the certainty of tides,
Just like hopes springing high,
Still I’ll rise.

Did you want to see me broken?
Bowed head and lowered eyes?
Shoulders falling down like teardrops,
Weakened by my soulful cries?

Does my haughtiness offend you?
Don’t you take it awful hard
‘Cause I laugh like I’ve got gold mines
Diggin’ in my own backyard.

You may shoot me with your words,
You may cut me with your eyes,
You may kill me with your hatefulness,
But still, like air, I’ll rise.

Does my sexiness upset you?
Does it come as a surprise
That I dance like I’ve got diamonds
At the meeting of my thighs?

Out of the huts of history’s shame
I rise
Up from a past that’s rooted in pain
I rise

I’m a black ocean, leaping and wide,
Welling and swelling I bear in the tide.

Leaving behind nights of terror and fear
I rise
Into a daybreak that’s wondrously clear
I rise
Bringing the gifts that my ancestors gave,
I am the dream and the hope of the slave.
I rise
I rise
I rise.

 

 

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