Jean Rolin on the carpet, cani

Un chien mort après lui – Jean Rolin

Categoria: un reportage.

È un libro di cui ho letto in un altro libro, forse in uno di questi articoli e racconti, forse altrove. Era sicuramente in un libro e ricordo il momento in cui la carta mi ordinò di procurarmelo. Me lo sono procurato, sono passati mesi, una pila di libri è caduta e così mi è ricapitato in mano.

Prima di leggerlo ero convinta fosse un reportage; dopo averlo letto non così tanto. Sono passati due mesi, ci ho ripensato e mi sono ricreduta. Oggi il reportage utilizza le armi della narrazione; la narrazione le tecniche del reportage; il giornalismo narra, i romanzi si fanno d’inchiesta. Non sono un’esperta in materia, eppure è così. Andatevi a leggere l’intervista di Antonello Guerrera a Joby Warrick, giornalista del Washington Post, della Repubblica di venerdì 9, tanto per stare sul pezzo (perché era venerdì 9 che scrivevo queste parole).

E che cosa report-a questo libro? I cani randagi. Jean Rolin va in giro per il globo a cercare i cani randagi, a vedere come sono e cosa fanno. Così scopre che sono vari, ma tendono tutti a diventare gialli e di mezza taglia. Vivono in branchi, più o meno aggressivi. Vivono in posti abbandonati, vuoti, inselvaggiti. Posti che raccolgono spazzatura, ossia frammenti di vite, cose usate, inutili o da nascondere.

cani
Foto da: http://koreabizwire.com/debate-heats-up-over-treatment-of-feral-dogs/84400 che val la pena di leggere.

Ci vorrebbe la penna piena di meraviglia e durezza di Bruno Schulz per descrivere quelle discariche; e lo dico proprio perché a me è mancata. Perché tra Schulz e Rolin ce ne passa; Rolin quasi non è descrittivo. Ha una scrittura in negativo, che ti sottrae le cose: Robbe-Grillet sottraeva l’oggetto alla vista sovra-descrivendolo, iper-descrivendolo. Rolin cancella il mondo con una manciata di dettagli che non riescono ad avere contesto, che non riescono a far uscire dal nulla il mondo.

I critici sembrano generalmente concordare con una cosa che ogni tanto Rolin suggerisce, senza indugiarvi, senza commentarla, senza metterci pathos o ironia: che i randagi siano il segno che annuncia la fine della civiltà o la guerra o il disastro. Ossia che quando c’era la peste, prima di inseguire gli ebrei, si inseguivano i randagi; dopo un colpo di stato, si sterminano i randagi. In previsione di Olimpiadi e Europei di calcio, si sterminano i randagi. Ora, se un paese dà la caccia agli ebrei ha dei problemi intrinsechi che in alcun modo possono essere connessi ai cani randagi. Ma la critica precedente non sembra fare attenzione a certe cose e forse l’asetticità di Rolin è uno specchio per le interpretazioni della critica. Non so.

Una delle parti più interessanti, invece, è per me il rapporto storico tra uomo e cane randagio. Siamo dei mostri. Abbiamo usato i cani in guerra, quando eravamo russi contro tedeschi e usavamo i randagi come dei cani anti-carro; i carri armati avanzavano, i cani imbottiti di esplosivo gli correvano incontro. Oppure li cacciamo ancora, in Australia, perché cercano di entrare dal deserto nelle fattorie, spesso più per sete che per fame. Così, in Australia, visto che l’abbiamo infine civilizzata, st’Australia, li impicchiamo ai dingo trees, delle cui immagini è ricco internet. Di questi e altri aneddoti è ricco il testo.

Insomma, un libro un po’ noioso e un po’ interessante. Un Rolin abbastanza antipatico, tranne in rari momenti (tipo quando finalmente manifesta dei sentimenti, perché un branco di randagi lo ha attaccato o sghignazza, perché la sua guida in Israele è probabilmente uno di Hezbollah). Io preferisco gli scrittori coi sentimenti, i narratori coi sentimenti, giusti o sbagliati, esagerati o fuori luogo, ma espressivi.

Amo molto i cani. La mia canzone preferita di De Andrè è quella che dice Quand’ero piccolo, m’innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani. Ho avuto voglia di viaggiare e vedere i deserti, quelli di sabbia e quelli di parcheggi, e poi i vicoli di Haiti e le rive del Mar Caspio. Di incontrare i cani randagi e i “tre alberelli ridicoli” di Broken Hill e avere, in generale e soprattutto, molto più rispetto della vita. O della Storia. Di raccontare le cose con meno spocchia da maschio occidentale bianco. Di non comportarmi come l’ennesimo colonialista dei Caraibi ma come una persona più umana o, forse, invece solo più animale. Voglio dire: nessun albero può davvero essere ridicolo, è un albero. Si veda anche il capitolo di Haiti, dove le cose bisognerebbe smettere di raccontarle in una certa manera. Bisognerebbe fare uno sforzo in più.

 

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