Passavamo sulla terra leggeri – Sergio Atzeni

Categoria: Un libro consigliato da qualcuno più giovane.

Giulia, mia ex compagna di università e di provenienza sarda, mi ha consigliato vivamente Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni (pronunciato “Azeni”). Poi anche la cassiera della Feltrinelli, oltre che studenti di Emanuele. Insomma, bisognava leggerlo, dopo che Il figlio di Bakunin mi era piaciuto tanto.

Ventuno sopravvivemmo e dovemmo imparare a coltivare i frutti e le erbe, a catturare e mungere le pecore e le capre. Coi giunchi, neri, resistenti, che trovammo nelle paludi a meridione dell’approdo, facemmo le nostre case. La notte eravamo stanchi, avevamo poco tempo per le stelle. Non dimenticammo i nomi. Non dimenticammo i numeri. Confondemmo le distanze, forse. La conoscenza si fermò. Smettemmo d’essere sacerdoti.

Trattasi di storia della Sardegna dalla preistoria al 1409. Un libro meraviglioso, che ti fa domandare perché Atzeni non si studi a scuola. Insomma, perché? Se devo fare una critica a questo romanzo, posso solo dire che il finale arriva in fretta, e se ne vuole di più, e improvvisamente basta. Perché non arriva alla contemporaneità? La mia teoria è che l’editore ce l’abbia pubblicato anche se non era finito, visto che Atzeni muore subito dopo aver terminato il romanzo. Dai, ditecelo che non lo ha terminato e che l’avete terminato voi. Se così non fosse, be’, questo è l’unico difetto, il finale improvviso.

Era bella come mendula marigosa, forte e agile come capra, coraggiosa e prudente, astuta e saggia. Raccoglieva ogni giorno nel bosco bozzoli di farfalle e li portava a casa. Viveva immersa nelle nuvole di  farfalle d’ogni colore che credevano fosse loro madre. Voleva diventare giudice. Detestava il rito. Detestava essere scelta. Non desiderava nessuno dei dodici del suo rito mentre avrebbe molto gradito uno dei dodici del rito precedente, ma doveva dare un padre ai figli. Si augurava chiunque fuorché Umur o Eloi, conoscendo l’odio che li avvelenava.

Di Atzeni mi sorprende molto la capacità stilistica. Sta raccontando una storia che è presentata come una registrazione scritta di una fonte orale, e riesce perfettamente a ricalcare lo stile delle fonti orali. È scritto come la Bibbia, si percepisce la stratificazione delle fonti, delle voci, della storia. Che bello.

Da quel giorno quattro monache accompagnarono dappertutto Eleonora e la notte sorreggevano candelabri a tredici candele accanto agli amanti per controllare che nessun estraneo si avvicinasse. A volte pretendevano di toccare visi e petti per essere certe che fossero proprio loro, Mariano e Eleonora. A volte toccavano i genitali uniti per verificare non ci fosse presenza di corno di Lucifero, fecondatore di femmine. Il tempo cambiò. 

E la storia è potente. Insomma, non ho tanto da dire, se non leggetelo.

Martina trascorse giorni e notti in cima alla costruzione di graniti, quasi fosse rapace. Il falco fece il nido. Ogni tanto si allontanava per tredici o ventisette giorni ma tornava. Gli piaceva cacciare con Martina. La seguiva dappertutto. Martina era l’ombra di Mariano. Un falco volava sul giudice.

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