Le otto montagne – Paolo Cognetti

Categoria: un libro con gli appunti di un lettore precedente.

Mi avevano parlato bene di questo libro già prima che vincesse il premio Strega. Emanuele me lo ha prestato, dandomi insieme le sue discrete annotazioni di lettura, soprattutto rilevazioni intertestuali e segni per i passaggi più belli. Ne ho aggiunti un paio anch’io, condividendo la totalità dei suoi.

Il libro di Cognetti parla, come da titolo, di montagne. Avendo passato la mia infanzia e adolescenza sulle pendici dei monti Sibillini, immedesimarsi è stato facile, anche troppo. L’autore sostiene che tutte le montagne siano in qualche modo simili, e un po’ è vero. Ma si racconta ancora con derisione l’aneddoto di quando, sulle Dolomiti, dissi che le montagne di casa mia erano più belle, quindi è opportuno che taccia su questo punto.

Era il gioco dell’utopia a cui giocavamo ogni sera. Bruno, che il suo villaggio ideale lo stava costruendo davvero, si divertiva a demolire il nostro. Diceva: senza cemento le case non stanno in piedi, e senza concime non cresce nemmeno l’erba dei pascoli, e senza benzina voglio vedere come tagliate la legna. D’inverno che cosa pensate di mangiare, polenta e patate come i vecchi? E diceva: siete voi di città che la chiamate natura. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente.

Il romanzo mi ha dato una sensazione di superficialità, mentre mi aspettavo una cosa più verticale, visto che si parla di montagne. Superficialità non in senso negativo, ma è come se tutta la scrittura e la storia siano la superficie di un lago nel quale non ci si immerge mai, non si mette mai al testa sotto per vedere se si scorge il fondo. Ciò deriva sicuramente da una contraddizione formale, cioè che la narrazione sia in prima persona ma il tema sia la montagna. Mi spiego: il libro avrebbe parlato benissimo di montagne se Cognetti avesse utilizzato la terza persona, una narrazione classica, invece il punto di vista soggettivo comporta una focalizzazione sul soggetto che però non viene approfondita a pieno. Insomma, una storia in terza persona ma raccontata in prima. Non è un difetto; ma resta questa sensazione di essere rimasti in superficie, di non aver parlato veramente di quello che c’è sotto.

La scrittura è molto piana e semplice, forse anche troppo. Il libro è molto bello, si legge tutto d’un fiato e ha dei momenti molto commoventi. I personaggi sono tratteggiati con maestria, senza che si avverta mai una parola di troppo, un virgola messa male. Soltanto, si arriva alla fine e se ne vuole ancora, di più. Si percorre un sentiero e se ne scorgono tanti altri che, da lettore, si vorrebbero affrontare, ma che rimangono lì, in potenza.

Lo ripeto, Le otto montagne è un romanzo molto bello e anche il finale, che può sembrare frettoloso, mi pare invece molto azzeccato. E poi Berio  un bellissimo nome.

E insieme a quei segni mi insegnava un dialetto che trovavo più giusto dell’italiano, come se alla lingua astratta dei libri, in montagna, io dovessi sostituire la lingua concreta delle cose, adesso che le toccavo con mano. Il larice: la brenga. L’abete rosso: la pezza. Il pino cembro: l’arula. Una roccia sporgente sotto cui ripararsi dalla pioggia era una barma. Un sasso era un berio ed ero io, Pietro: ero molto affezionato a quel nome.

Post scriptum: il libro poteva essere una buona opportunità per parlare di più del fatto che la montagna italiana ha molti problemi oggi, di quelli su cui si fa ricerca nell’università e per i quali si cercano soluzioni: quelli dello spopolamento, del turismo selvaggio, dell’abbandono, del recupero mancato delle tradizioni. Invece, mi pare che questo potenziale effetto benefico di dibattito non ci sia stato, che del libro si parli più per lo Strega che non per quello di cui parla. Peccato.

Fuori invece giacevano secchi di plastica, una catasta di legna mezza marcia, una stufa ricavata da un bidone di gasolio, una vasca da bagno che faceva da abbeveratoio, e per terra bucce di patata e qualche osso ripulito dai cani. Non era solo assenza di decoro: c’era un certo disprezzo per le cose, un certo gusto nel maltrattare e lasciarle andare in malora, che stavo imparando a riconoscere anche a Grana. Era come se quei posti avessero il destino segnato e la manutenzione non fosse che una fatica inutile.

Post Post Scriptum: la rappresentazione della famiglia, in tutte le sue forme, che emerge dal libro mi pare molto triste, ma rispecchia bene un’idea diffusa attualmente. Mi viene da chiedermi quanto altri romanzi contemporanei italiani affrontino il problema del fallimento della famiglia tradizionale, forse qualcuno saprà dirmi qualcosa in più. Potrebbe sembrare un discorso del ventennio, ma in realtà la mia curiosità è solo legata a come la letteratura di oggi parla della famiglia. Se avete idee e spunti, segnalatemeli!

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