Effe n.7 – Periodico di altre narratività

Categoria: un libro scoperto ad un festival letterario.

Non era proprio un festival letterario, me una serata letterario-musicale su un barcone sul Tevere. Poi, visto che ho già recensito i n. 5 e 6 del periodico Effe, non mi sono sottratto a questo n. 7.  A differenza dei precedenti, che proponevano soprattutto autori emergenti, questo numero raccoglie 8 racconti stranieri inediti in Italia, scelti da altrettanti traduttori.

La traduzione spalanca la finestra per lasciar entrare il giorno, rompe il guscio perché si possa gustare il frutto, apre il sipario perché si possa immergere lo sguardo nel luogo più santo, scoperchia il pozzo perché ci si possa abbeverare. (I traduttori della Bibbia di Re Giacomo, in epigrafe a Effe 7)

I racconti sono molto eterogenei, tanto nelle ambientazioni quanto negli intenti autoriali. Due destrutturano il racconto, spezzandolo formalmente con grande efficacia (Petali Quando abbiamo le nostre vite da vivere); uno parla, in ultima analisi, del valore della parola e della scrittura (L’evangelista ); uno è quasi una raccolta di frammenti (Petali); gli altri raccontano delle storie (Storia di una ladra, Il gregge può pascolare tranquillo, L’importante è finire bene Il furgone).

Il mio preferito è rimasto Il gregge può pascolare tranquillo, perché mette in scena una sofferenza molto viva, quasi una ferita aperta attraverso cui si avvertono gli spasmi di dolore, mentre il piccolo mondo privato della perdita di una figlia si interseca con quello storico della colpa dell’olocausto (ma il tempo della storia è quello contemporaneo). Il racconto è statunitense, tradotto dall’inglese di Jess Row, che forse varrà la pena di approfondire come autore, vista la capacità di trasmettere un sentimento complesso come l’impotenza senza mai parlarne davvero. Non sono nemmeno in grado di trovare un passaggio che colpisca, è l’insieme del racconto in sé che funziona. Ecco semplicemente l’incipit:

Furono una crepa minuscola, non più grande di una puntura di spillo, e poche gocce di benzina, a uccidere la mia figlia più piccola, Jolie, al campeggio estivo, quando aveva otto anni. Era in motoscafo al lago, il St. Claire, a imparare lo sci d’acqua. Il tubo del carburatore si ruppe, la benzina colò nella carena e quando il conducente accese il motore la barca esplose.

E anche l’illustrazione è forse la più calzante di Effe 7.

Anche il racconto brasiliano di Julia Wähmann, Petali,  dimostra un’ottima capacità di scrittura, ma il tema è più intimo, meno macrocosmico, una relazione, terribile, che la protagonista ci racconta con flussi di parole e momenti quasi patetici.

Prima, però, mi stringi tanto da spezzarmi le costole e fai una lista di tutte le rientranze del mio collo. Come in un’inversione di ruoli, fai l’inventario di tutti i miei nei, sparisci per due minuti in cucina e torni con un fiore giallo mezzo appassito, mi sussurri all’orecchio proposte indecenti – un figlio, una vita e un giardino – e dici che io sono un’impossibilità in questo mondo. Non capisco se si tratti di un elogio, di una costatazione, ma c’è qualcosa che suona come un addio. 

L’ultimo racconto, che da solo occupa circa un terzo di tutto questo Effe, è Il furgone di J.S.Naudé, scritto in afrikaans, la lingua dei Boeri della Repubblica Sudafricana, oggi parlata in diversi paesi dell’Africa meridionale. È una storia figlia del colonialismo, così come lo è la lingua in cui è scritta, la storia di Sandrien che si forma come infermiera e sacrifica la sua vita sull’altare dei suoi pazienti, in guerra con l’ignoranza e la superstizione, da una parte, e l’egoismo e l’avidità, dall’altra.

Sandrien ignora gli occhi lucidi di Kobus. “Se mettiamo un’altra ipoteca sulla casa”, dice, “possiamo far sopravvivere i miei pazienti finché non ci penserà il governo”. La sua voce è forte e chiara, i suoi occhi di un azzurro acceso.
I tuoi occhi hanno cambiato colore”, dice Kobus. “Ora hanno il colore dell’acqua”.

Effe 7 è un calderone di momenti diversi, e là dove mancano le vette di stile, viene in soccorso la forza della narrazione, e viceversa. Vale davvero la pena farsi trascinare in questi mondi che sono qui si trovano tradotti (e quindi grazie), perché di scoperte interessanti se ne fanno molte.

 

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