Oedipodae confusa domus: la materia tebana nel Medioevo latino e romanzo – Arianna Punzi

Categoria: a book from a library.

A dispetto dell’immagine in cima a questa recensione, l’esemplare del libro che ho letto viene dalla biblioteca Angelo Monteverdi della Sapienza di Roma – mi perdonerete l’equivoca segnatura. Ho letto Oedipodae confusa domus tra le tante cose che sto leggendo per il dottorato. L’autrice è inoltre stata mia insegnante in diversi corsi, anche se nessuno di questi ha mai riguardato direttamente la materia del libro.

Vuole qui mostrare Arcita che tutti li suoi predecessori, discesi di Cadmo, facitore e re primo di Tebe, abbiano fatta mala morte, e così convenire fare a loro due che rimasi n’erano, cioè a Palemone e a sé. E dice primieramente di quelli “che nacquero de’ denti seminati” etc.: come davanti dicemmo, rapita Europa, figliuola d’Agenore, re di Fenici, Agenore comandò a Cadmo, suo figliuolo, che andasse cercando d’Europa sua sorella, e mai a lui senza lei non ritornasse. Cadmo, non potendola ritrovare, non osando tornare senza lei al padre, si posò là dove fu poi Tebe; e vogliendo cominciare a fare detta città, ordinò sacrificii a Giove; e tra più volte mandò più suoi compagni per acqua fresca ad una fonte ivi vicina, de’ quali non tornandone niuno, v’andò egli e trovò che uno serpente che era allato a la fonte, gli aveva tutti uccisi. Il quale Cadmo uccise insieme, e tutti fra loro s’uccisero, fuori che cinque, li quali poi furono insieme con Cadmo a fare la città di Tebe. [Chiose al Teseida di Boccaccio]

Si tratta di un lavoro molto interessante e significativo, che affronta il problema della ricezione e del riuso nel medioevo di tutta la mitologia tebana, concentrandosi in particolare sulla figura di Edipo. All’origine di questo studio c’è il problema dell’ignoranza delle tragedie classiche che parlano della storia di Edipo: per quasi tutto il medioevo Francia, Italia e Spagna non hanno conoscenza del greco, quindi niente Sofocle, e i manoscritti delle tragedie di Seneca vengono ritrovati solo alla fine del Duecento. Restano Ovidio e la Tebaide di Stazio (da cui è tratta la citazione che dà il titolo al libro), che però accennano solo en passant alla storia di Edipo. Stazio in particolare si concentra sugli scontri della stirpe maledetta. Eteocle e Polinice non saranno in grado di rispettare il patto di governare a turno e finiranno per uccidersi a vicenza. Una brutta fine farà anche la sorella Antigone, che vorrà infrangere il diktat di Creonte, lo zio, e seppellire i corpi dei fratelli. L’unica viva è Ismene, che fa un po’ l’ignava.

Etiocle e Polinice figlioli d’Edippo, re di Tebe, composero insieme regnare ciascuno il suo anno, e mentre l’uno regnasse, l’altro stesse come sbandito fuori del regno. Etiocle, che era di più tempo, regnò il primo anno; e Polinice, andando in esilio, pervenne ad una città, chiamata Argo; e quivi, in una medesima notte, avendo prima avuto questione e battaglia con Tideo, presero per mogli due figliuole del re Adrasto, re d’Argo. [Chiose al Teseida di Boccaccio]

Insomma, nel medioevo ci sono molte opere che parlano diffusamente della storia di Edipo, come il Roman de Thèbe o le compilazioni storiche in francese, spagnolo e italiano. Da dove pescano la storia? Punzi attraversa varie opere latine e volgari per capire chi ha letto cosa e chi ha scritto cosa, chi ha innovato parti della storia e chi invece ha quasi copiato. La risposta, per Edipo ma anche per gli altri miti affrontati nel libro, è che gli scrittori studiavano i testi latini a scuola, e questi testi erano corredati di commenti che approfondivano alcuni passaggi. Così, la storia di Edipo è riassunta nel commento alla Tebaide di Lattanzio Placido (che di solito si fa risalire al IV o V secolo d.C., quando di cose su Edipo se ne sapevano molte di più), e da lì molti arrivano a conoscerla, allo stesso modo in cui noi conosciamo la storia di Paolo e Francesca dal commento scolastico del canto V dell’Inferno.

Manoscritto parigino BNF lat. 10317 della Tebaide con tutte annotazioni.

Se la risposta sembra semplice, ogni ripresa del mito dimostra di avere delle piccole varianti, grazie alle quali si può ricostruire la rete delle relazioni tra i testi. Si sa, ed esempio, che la General estoria di Alfonso X il Saggio ha come fonte prima l’Histoire ancienne jusuq’à César francese, che poi ha pure delle traduzioni italiane. Ma negli altri casi, che arrivano anche ad includere poemi in antico inglese, la situazione è più complessa, e si capisce che qualche testo, qualche tassello è andato perduto nel tempo. In più, molte cose vanno viste sui manoscritti, per cui Punzi si mette a spulciare tutti i codici della Tebaide e a guardare che tipo di note a margine ci sono, che tipo di appunti e sottolineature, insomma tutti quei segnali che indicano l’attenzione dei lettori del passato a determinati passi dell’opera. Perché ad esempio Boccaccio scrive un Teseida che, pur se ha una storia piuttosto originale, si basa comunque sullo sfondo di quella classica, e qualche manoscritto passato sotto mano a Boccaccio lo conosciamo, e allora vai a vederti se Boccaccio mette degli appunti, oppure no, e se sì dove e perché, e via dicendo. Un lavorone, insomma.

Manoscritto vaticano Barb.lat. 74 della Tebaide con un sacco di appunti.

L’ultima cosa da dire è che quella che affronta Punzi è una storia senza sbocchi, perché una volta che i testi greci tornarono accessibili, l’attenzione si rivolse a quelli. Anche oggi noi leggiamo Sofocle (di solito in traduzione), così come ha fatto anche Brecht quando riscriveva l’Antigone. L’accesso più diretto quindi ci allontana da questi testi medievali che pure seppero con grande maestria – e con il merito di aver ben pochi mezzi – riscrivere il mito (e i miti).

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