Il visconte dimezzato – Italo Calvino

Categoria: un audiolibro.

Vorrei scrivere “il mio primo audiolibro”, ma forse bisognerebbe considerare anche i libri che i miei mi hanno letto quando ero piccolo. Ho anche ascoltato podcast, ma diciamo che è la prima volta che ascolto una lettura registrata di un libro. E pensavo peggio, invece è stato piacevole. La scelta è stata dettata dalla brevità e da quello che Radio3 mi metteva a disposizione. La voce era quella di Manuela Mandracchia.

Il libro. Il visconte dimezzato è un bel libello, una storia che va via tutta d’un fiato, con una trama che sta tutta nel titolo.

C’era una guerra contro i turchi. Il visconte Medardo di Terralba, mio zio, cavalcava per la pianura di Boemia diretto all’accampamento dei cristiani. Lo seguiva uno scudiero a nome Curzio.
Le cicogne volavano basse, in bianchi stormi traversando l’aria opaca e ferma.
– Perché tante cicogne? – chiese Medardo a Curzio, – dove volano?
Mio zio era nuovo arrivato, essendosi arruolato appena allora, per compiacere certi duchi nostri vicini impegnati in quella guerra. S’era munito d’un cavallo e d’uno scudiero all’ultimo castello in mano cristiana, e andava a presentarsi al quartiere imperiale.
– Volano ai campi di battaglia, – disse lo scudiero, tetro. – Ci accompagneranno per tutta la strada.
Il visconte Medardo aveva appreso che in quei paesi il volo delle cicogne è segno di fortuna; e voleva mostrarsi lieto di vederle. Ma si sentiva suo malgrado, inquieto.
– Cosa mai può richiamare i trampolieri sui campi di battaglia, Curzio? chiese.
– Anch’essi mangiano carne umana, ormai, – rispose lo scudiero, – da quando la carestia ha inaridito le campagne e la siccità ha seccato i fiumi. Dove ci son cadaveri, le cicogne e i fenicotteri e le gru hanno sostituto i corvi e gli avvoltoi.

Un incipit un po’ angosciante, di una semplicità disarmante nella sua efficacia. Lo stile resta lo stesso per tutta l’opera, semplice e efficace; il punto di vista  è quello del nipotino del Visconte – a tratti un po’ fastidioso nella sua infantilità, tipo nidi di ragno.

E insomma di Medardo torna dalla guerra solo una metà, la metà cattiva. Riapparirà anche quella buona, che nella sua bontà ingenua sarà altrettanto dannosa ai sudditi del Visconte. Il dimezzato, pur essendo il protagonista, resta invischiato nella fissità del proprio (doppio) ruolo polarizzato, lasciando spazio a un nugolo di personaggi. La tradizionalità del racconto è divertente, ma a volte troppo marcata, come nei personaggi femminili. I più interessanti sono il dottore, che per nulla si interessa di malattie umane, preferendo i fuochi fatui, e mastro Pietrochiodo, il costruttore di patiboli, che si pone continuamente il problema etico del proprio lavoro. Sarà il clima da guerra fredda del 1952, ma la bellezza delle macchine assassine ha un che di conturbante:

Mastro Pietrochiodo, bastaio e carpentiere, ebbe l’incarico di costruir la forca: era un lavoratore serio e d’intelletto, che si metteva d’impegno a ogni sua opera. Con gran dolore, perché due dei condannati erano suoi parenti, costruì una forca ramificata come un albero, le cui funi salivano tutte insieme manovrate da un solo argano; era una macchina così grande e ingegnosa che ci si poteva impiccare in una sola volta anche più persone di quelle condannate, tanto che il visconte ne approfittò per appender dieci gatti alternati ogni due rei. I cadaveri stecchiti e le carogne di gatto penzolarono tre giorni e dapprima a nessuno reggeva il cuore di guardarli. Ma presto ci si accorse della vista imponente che davano, e anche il nostro giudizio si smembrava in disparati sentimenti, così che dispiacque persino decidersi a staccarli e a disfare la gran macchina.

Alla fin fine è una storia per ragazzi, ma è una storia che fa bene leggere, nella sua semplicità e immediatezza, e nella percepibile ombra che si allunga su di essa.

 

Leave a Reply