La notte di Roma – Carlo Bonini e Giancarlo de Cataldo

Categoria: il secondo libro di un’opera in più volumi.

Anni fa lessi per un corso universitario Romanzo criminale, quest’anno ho letto La notte di Roma per un altro corso. Nel mezzo, per un istinto di completezza, ho infilato anche Nelle mani giusteSuburra (e i film, certo, le serie invece no)Se Romanzo criminale era pure un bel libro, anche se non del mio genere preferito, gli altri tre sono interessanti e piacevoli ma sanno tanto di replica dello stesso schema che ha avuto successo.

La notte di Roma descrive i retroscena politico-criminali della Roma del 2015, portando avanti la storia di Suburra. Il punto primo dell’ispirazione è l’attualità di cronaca e politica romana del 2015, in parte anticipando gli sviluppi giudiziari che sarebbero emersi in seguito. Il motore della narrazione è l’indizione del Giubileo straordinario, con cui si incrociano l’eredità criminale del Samurai e le vicissitudini dell’amministrazione comunale di Martin Giardino, alter ego di Ignazio Marino. Le manovre di palazzo e i tentativi della criminalità di ottenere gli appalti per il giubileo sono lo sfondo su cui si sviluppa una storia di assenza dei padri, di evoluzione abortita delle ideologie novecentesche.

Il protagonista è Sebastiano Laurenti, pratolino di buona famiglia che in Suburra aveva compiuto una discesa nel lato oscuro condita di vendetta. Ne La notte di Roma è messo in scena il percorso inverso, quello del pentimento e della volontà di tornare ad una vita normale, lontano dalla gestione della Strada e del potere. Sebastiano fa la figura dell’Innominato all’acqua di rose e dimostra fin da subito la sua inadeguatezza ad accogliere appieno l’eredità del Samurai. I palesi errori tattici che egli commette già nelle prime pagine del libro rendono la sua rappresentazione un po’ ingenua, portando a colpi di scena inevitabilmente ovvi e un po’ tristi.

Il grande protagonista è insomma il punto più debole della narrazione, peggiorata dai tentativi di copiare il noir americano. Ne esce un’accozzaglia di frasi a (poco) effetto e sparatorie improbabili, un senso di epicità artefatto e didascalizzato. Un’architettura che non regge di fronte a quella di Romanzo criminale, che era propriamente un romanzo epico (occhiolino a Wu Ming). Non c’era la necessità di fare un Romanzo criminale 2, né sarebbe necessario stare qui a fare i confronti, se non fosse che proprio questa appare la volontà degli autori, senza però che il risultato sia all’altezza dell’antecedente.

Come dicevo, il libro è piacevole, ma a tratti la piacevolezza lascia il posto ad un’alzata di ciglio, di fronte a un italiano che vuole darsi un tono ma non ci riesce e a delle sparate immotivate e totalmente fuori contesto.

Un’interessante parentesi è quella della traduzione. Mi sono riletto il libro in francese per il corso universitario, chiedendomi come venisse reso il dialetto romanesco. Grande delusione di fronte alla scelta di renderlo con un francese oraleggiante, senza particolari flessioni regionali (e fino qui ok, perché era effettivamente difficile trovare una flessione regionale abbastanza marcata e con la stessa allure) ma mantenendo qua e là delle parole dialettali marcate in corsivo. Non sarebbe in astratto una brutta soluzione – a  tratti funziona anche bene – ma poi il traduttore ha scelto di mantenere l’er articolo determinativo:

– Tu te l’imagines, le bordel qu’il aurait mis, le Libanais, avec un bouffon pareil? Mais tu t’rends compte, ahò, ousqu’on est tombés. On devrait même leur dire merci à ces quatre zozzoni, ces loqueteux, dit la vieille qui fumait à la chaîne, avec une voix qu’on pourrait entendre jusqu’à la via Marmorata.
La sœur n’en croyait pas ses oreilles.
– Comment t’as dit qu’i’ s’appelle c’te pleurnichard qui parle, er maire, là?
– Bof. L’Allemand… je crois.
– Mais c’est pas er vrai nom?
– Passque notre Libanais, c’était er vrai nom?
– Et Samouraï, quand c’est qu’i’ sort du trou?
– Bof. J’ai l’impression qu’y z’ont jeté la clé.
– Ah, ils l’ont jetée…
– Toute façon, qu’esse ça change? Tu vois pas que, des gens de Testaccio, il est même pas resté la schlingue?
– I’ sont tous acteurs, filmeurs, journaleux…
– T’as raison. Rien que des gens qui devraient faire un monument au Libanais. Autre chose que c’te fontaine. Passque sans lui, qu’esse-y se raconteraient?

Il problema è che “er vero nome” in romanesco ci sta, in francese “er vrai nom” sembra una cosa mezza tedesca. Però “zozzoni” ad esempio funziona meglio. Traduzione altalenante dunque, anche se il successo di questi libri all’estero mi pare importante dell’immagine dell’Italia che piace fuori d’Italia. Ma questo sarebbe un altro lungo capitolo ancora da scrivere. Poi la copertina francese è troppo trash, con riferimento evidente alla nota pubblicità:

 

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