Uomini d’arme – Terry Pratchett

Uomini d’Arme è il secondo libro della serie della Guardia Cittadina, nonché il quindicesimo libro del Mondo Disco. Dista quindi ben sette altri romanzi dal suo primo volume, A me le guardie, del 1989 che, a sua volta, era l’ottavo romanzo del Mondo Disco. Il Mondo Disco! È un mondo piatto, poggiato su quattro enormi elefanti che stanno in piedi su una gigantesca tartaruga, A’Tuin, che lenta nuota attraverso lo spazio. Il romanzo oggetto di questa recensione è ambientato nell’incredibile e complessa città di Ankh-Morpork. 

Parentesi: come secondo tomo pensavo che avrei letto Proust. Ma Sir Terry Pratchett non ha assolutamente nulla da invidiare a Proust. Chiusa parentesi.

Uomini d’Arme è strutturalmente un romanzo poliziesco. Ah! Ma ovviamente è molto più di questo. È un romanzo sulla cittadinanza, ad esempio: i nostri uomini, come sappiamo, fanno parte della malmessa Guardia Cittadina Notturna, il cui compito è ignorare i malfattori e gridare per via che tutto-va-beeeeeneeeee. Fino a quando non arriva un ragazzetto semplice e intelligente, ben piazzato, adottato dai nani delle Ramtop e rispondente al nome di Carota, che invece ci crede. Carota ci crede. E il fatto che lui ci creda e si legga tutte le leggi e inizi ad applicarle, sprona il resto della guardia a cambiare. Perché policeman viene da polis e significa uomo della città. La convinzione di una sola persona altera la realtà attorno a lui. (E io la trovo una cosa bellissima).

«Il fiume si trascinava pigramente sul fondo del proprio letto, come uno studente attorno alle undici del mattino». (p. 16)

Poi entra in campo la questione dell’etnicità. Ossia degli immigrati che sono arrivati e si sono presi quelle parti di città che non venivano considerate finché loro non se le sono prese. Lord Vetinari, senza che sia proprio detto, decide di promuovere l’integrazione e così ci troviamo in mezzo a troll, nani, gargolle, un lupo mannaro e un cagnolino assai intelligente in lotta contro gli stereotipi. Persino la Morte cerca di essere più leggera, quando si presenta all’appuntamento. I troll non sono stupidi. È che vivono di norma in climi molto freddi e il caldo della pianura rallenta il loro cervello. Con un caschetto refrigeratore è tutta un’altra storia. O i mendicanti. Quella storia che se gli dai due spicci non li aiuti a campare la conosciamo tutti. E infatti i mendicanti di Ankh-Morpork chiedono: «Buon giorno a lei. Non le avanzano per caso diecimila dollari da donarmi per una piccola magione, vero?» (p. 117) Richiesta concreta!

Uno dei temi più interessanti mi sembra quello del male. Non solo in questi tempi di attentati siamo inclini a pensare che il male nasca per influsso esterno. Esaminiamo dunque il caso di Edward, rampollo di una decaduta famiglia aristocratica.

«Il segreto della storia di Edward d’Eath, tuttavia, fu che egli non cadde sotto alcun influsso esterno, a meno che non si contino tutti i regnanti morti. Egli cadde semplicemente sotto l’influsso di se stesso. È questo che la gente non capisce. Gli individui non sono per natura soci permanenti della razza umana, eccetto che dal punto di vista biologico». (p. 3-4)

Edward si mette in testa che un Patrizio a governo della città non è una buona idea e che bisogna mettere sul trono il re. Che, come sa chi ha letto il precedente volume, si aggira beato nella cotta di maglia della Guardia Cittadina Notturna e risponde al nome di Carota. Per metterlo sul trono, Eward decide ovviamente di uccidere un po’ di gente e per il suo scopo trova un’arma tutta nuova, Il Terminatore.

«Edward lo prese in mano, lo cullò per qualche tempo e scoprì che pareva adattarsi alla perfezione al suo braccio e alla sua spalla.

Sei mio.

E quella, più o meno, fu la fine di Edward d’Eath. Qualcosa andò avanti per un po’, ma quale che fosse e cosa pensasse, non fu più completamente umano.» (p. 47)

Anche la questione dell’umanità mi sembra particolarmente pregnante, visto che il confronto è fra razze diverse, fra ciò che è umano e ciò che non lo è (tipico atteggiamento umanista). L’umanità come proprietà instabile, come bene fragile, che si può costruire o si può sottrarre e negare. Varrebbe la pena di chiudere gli occhi e rifletterci un po’ assieme a Vimes.

«Vimes chiuse gli occhi e pensò al fumo di sigaro, alle bevande e alle voci laconiche. C’erano persone che rubavano i soldi ad altre persone. Era abbastanza corretto. Era solo furto. C’erano altri, invece, che con una semplice parola potevano rubare al prossimo l’umanità.» (p. 90)

A proposito del crederci, può valere in ogni direzione. Tanta roba per un romanzetto fantasy per adolescenti, vero? Bisognerebbe stare molto attenti con le categorie, con il disprezzo e lo snobismo. Ma torniamo a Carota. Salto tutto il dibattito su come si manifesta un Vero Re e su quali siano i suoi attributi; non voglio togliervi il piacere della lettura. Vorrei chiudere con questa citazione da imparare e insegnare ai nostri amici, per i momenti di disperazione, di buio e smarrimento.

A quel punto Carota disse: «È meglio accendere una candela che maledire l’oscurità, capitano. È così che si dice.». (155)

Tanta roba, qui.

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