La stagione dell’ombra – Léonora Miano

    La stagione dell’ombra di Léonora Miano è un libro placido e ineluttabile, come i flutti di un grande fiume. Come un grande fiume porta a mikondo, a sud. All’oceano. E La stagione dall’ombra è dedicato a coloro che il sudario oceanico ricopre, coloro che non avranno mai sepoltura. Quelli di cui la terra non trattiene il ricordo.

    Léonora Miano afferma che la tratta degli schiavi è uno dei suoi argomenti ricorrenti. È una di quelle domande che tornano ad animarla perché la risposta ogni volta basta solo per un po’ a placare il vuoto e l’incomprensibilità. È nata a Douala, in Camerun (vi consiglio un viaggio almeno su google maps, accompagnati dall’omino giallo) e attualmente vive a Parigi. Questo del 2012 era il suo sesto romanzo, accanto a racconti, testi teatrali e saggi. La Saison de l’ombre ha ricevuto il Prix Fémina e non ha ancora una traduzione italiana, ma spero di porvi rimedio presto.

    La narrazione apre sul villaggio dei Mulongo, popolo che l’autrice ha creato sulla base di documenti d’inchiesta e accademici, abitante le terre del Camerun, il cui motto è “io sono perché noi siamo”. Li conosciamo mentre affrontano una crisi mai vista prima d’allora: durante un incendio serale appiccato da mano sconosciuta, dodici uomini sono scomparsi assieme al Ministro dei Culti e alla Guida. La crisi paralizza questo popolo mite, incapace di azioni bellicose. Dalla narrazione corale e femminile – quella delle madri degli scomparsi – si staccano le voci coraggiose di due donne, Ebeise ed Eyabe, mentre gli uomini si perdono in dubbi e fazioni politiche. Una per volta, le due donne fanno ciò che le donne mulongo non fanno dai tempi della “grande migrazione” e si incamminano fuori dal villaggio, una per speranza, l’altra per disperazione. In realtà ciascuno dei due sentimenti sconfina nell’altro e vi si mescola.

    C’è molto realismo magico a raccontare l’angoscia di persone che si trovano prese in una trappola infernale creata da altri uomini; c’è il pulsare della vita in tutte le cose a mostrare un mondo complesso e a noi lettori in gran parte sconosciuto. Sì, perché quasi tutti i nomi degli alberi portano nomi in duala (una delle lingue bantu) e l’autrice non ne conosceva la traduzione francese. Così in duala sono chiamate le “ore” del giorno, ossia le posizioni del sole: esso è prima maschile e poi femminile. E le direzioni del mondo e molti altri dettagli che appartengono a quella gente e quella terra. Non è sottolineato il secolo, perché il punto di vista è quello dei protagonisti: e la misura europea è inscritta nei pantaloni degli “uomini dalle gambe di pollo”, quando appaiono. È bella e significante questa cura delle parole stesse, come frammenti di realtà incastonata dal nostro noto.

    In un resoconto del Festival Etonnants Voyageurs tenutosi a Brazzaville, Congo nel 2013, si riporta che Miano ha notificato che la parola “Africa” era sconosciuta ai dialetti africani. Quando l’ho letto ho sentito qualcosa crollarmi dentro la testa, qualcos’altro bruciare e poi il vento disperdere la nebbia. E così è stato con questo romanzo non troppo lungo, che mi ha fatto piangere alla fine. Un romanzo necessario, perché in Africa i bambini sono cresciuti senza sapere della tratta degli schiavi. Da noi c’è un capitolo nei libri di storia, ma poi basta, i nessi mondiali e le conseguenze vengono oscurate, al punto che ancora oggi, anno 2017 del glorioso europocentrismo, le riteniamo insignificanti, noiose, pretenziose o del genere “eh ma mica posso occuparmi di tutto”.

Di tutto no, di quello che è giusto sì.

    Volevo dire ancora molte cose; di come, ad esempio, questo libro abbia sangue in comune con Things Fall Apart di Chinua Achebe (da poco ritradotto da La Nave di Teseo), con La Ville Cruelle di Mongo Béti, con il “metodo” di Toni Morrison. Ma mi sembra che per ora possa bastare così. Ve lo consiglio caldamente.

Categoria: Un libro di un’autrice nata in Africa 

Leave a Reply