Effe 6 – Periodico di Altre Narratività

Effe 6 è stato pubblicato proprio quest’anno, quindi rientra nella categoria un libro pubblicato negli ultimi cinque anni / a book published in the last five years / un livre publié pendant les dernières cinq années / książkę wydaną w ciągu ostatnich pięciu lat.

Effe è un periodico che nasce come luogo d’incontro di scrittori emergenti e giovani illustratori (qui e qui dettagli, qui invece la mia recensione a Effe 3 per la Reading Challenge dello scorso anno). Gli otto racconti di Effe 6 orbitano nella galassia tematica del “limite”, inteso nelle sue più varie sfumature, il che rende questo numero ben più uniforme dei precedenti, pur senza mai sfociare nella ripetitività.

Agli ordini, come no. Solo che un buco lo fai in qualcosa di finito, lo fai dopo. Prima hai una cosa intera, finito, e poi ti metti lì e ci scavi un buco. E se sei bravo, se hai gli attrezzi giusti, ti viene perfetto come questo, circolare e liscio, uniforme, netto, quasi all’altezza delle nostre facce, un po’ tirate perché ci capiamo poco ma sappiamo cosa vediamo, ti devi solo spiegare un po’: è una cosa che non ti lascia tranquillo, marine o no, obbedienza o no, bravo bambino o no.
Krypton dice che è una cosa da Dottor Manhattan, da Superman. E invece il sergente dice è una cosa da teste di cazzo. Da ingegneri. Hanno finito il Muro, e dopo tutto quel tempo e quei soldi, e dopo che il Presidente l’aveva promesso, si sono accorti ce c’era il Buco.

Rispetto agli altri numeri della rivista, questo mi ha colpito molto positivamente per l’alta qualità di ciascun racconto. La lettura non ha mai in calo, pur passando per universi totalmente differenti (che poi galassie e universi, oggi le mie metafore si slanciano nello spazio). La qualità rimane alta, al di là del gusto personale (che poi vabbè, io ho letto solo 3, 4 e 5, quindi sui primi due non posso esprimermi). Ad esempio, la storia citata qui sopra, Una cosa che non si aspettava nessuno di Luca Franzoni, gioca tra attuale e surreale, prende un’idea molto semplice e la rende inaspettata (capito il gioco di parole? gomitogomito, occhiolinocchiolino). Davide Coltri, in Kalat, scrive invece di una migrazione, di cui l’incipit:

Quella sera mio fratello Muhsen portava una camicia color panna e aveva occhiali tondi sul naso. Teneva Kawa, appena nato, nella mano destra, e quando il piccolo si addormentò chiese a sua moglie di girargli le pagine del libro che stringeva tra le dita dell’altra mano.

Non si tratta tanto di una questione di storie; ce ne sono di carine, ce ne sono di piacevoli, alcune sono belle. È piuttosto una questione di scrittura, di un incrocio di stili differenti ma tutti efficaci.

La macrostruttura fa la sua parte, alla perfezione: non una raccolta di racconti, ma quasi un libro di racconti, che pur nella totale autonomia finiscono per dialogare. Sarà il tema di fondo (che, se non è già noto al lettore, sa essere non evidente) oppure sarà l’ordine azzeccato degli otto racconti; non so. Fatto sta che, pur non amando io la forma racconto, pur non essendo capace di lasciarmi catturare dalle raccolte brevi, stavolta sono entrato a pagina uno e ne sono uscito solo alla fine, con la piacevole sensazione di tè-poltrona-caminetto, insomma di quelle letture invernali che dimenticano che fuori piove (e considerate bene che l’ho letto quasi tutto sui mezzi pubblici, perciò mi pare poco probabile dare il merito di ciò all’Atac).

 

Per quanto riguarda le illustrazioni, non sempre sono all’altezza, a volte sono didascaliche o non aggiungono nessuno spessore. A mio gusto, alcune non valgono proprio la pena. Non è un problema di capacità tecniche, ma di stile, perché io avrei messo quasi sempre cose un po’ più astratte, meno informative.

Faceva ancora freddo il giorno in cui mio padre piantò i suoi quaranta ulivi; marzo era appena iniziato. Aveva aspettato la luna giusta. Li piantò senza farsi aiutare da nessuno, a distanza regolare l’uno dall’altro. Da lontano i contadini lo deridevano, li vedevo che sghignazzavano sotto i cappelli; sarei voluta andare lì a morderli dietro le ginocchia o cacciarli via digrignando i denti come Luisa Castelli.

Insomma, se non avete mai avuto tra le mani un Effe, questo è il numero giusto.

In attesa del n. 7.

 

 

 

 

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