The Abaddon – Koren Shadmi

Categoria: un libro scritto in una terra diversa da quella di origine dell’autore

Koren Shadmi, di origini israeliane, vive attualmente a Brooklyn (perché non dire direttamente New York? Brooklyn fa più figo? Non so, ma il suo sito dice Brooklyn). Abaddon viene scritto e disegnato dopo il suo trasferimento oltre oceano, perciò rientra benissimo nella categoria di libro scritto in una terra diversa da quella dell’autore.

Premetto che Abaddon è un fumetto claustrofobico, angosciante e frustrante. L’emozione più forte che mi ha suscitato è quella di fastidio, quel desiderio del protagonista e mio (per estensione non scontata, e di cui l’autore si prende tutto il merito) di battere i pugni contro il muro in cerca di una via di fuga. Una fuga non soltanto dalle stanze e dai corridoi del misterioso albergo in cui si aggira il protagonista, ma anche dalla circolarità della storia che si intuisce molto presto nel corso della lettura. La spiegazione finale, da cui non ho potuto allontanare la forte sensazione di parodia del dialogo tra l’Architetto e Neo in Matrix-Qualcosa, anche se probabilmente si tratta di una convergenza tematica più che di un voluto richiamo, e di pipponi finali se ne sono visti ultimamente, anche veramente inutili, la spiegazione finale, dicevo, arriva senza sorprese a lasciare fumoso quasi tutto.

kca9spd

Brevemente, due elementi di trama. Ter arriva in una open house e affitta una stanza, gli altri inquilini dell’appartamento 262 hanno fisime tutte loro, tra la rassegnazione alla loro condizione, la distrazione futile, la convinzione idiota, agognante ricerca di soddisfazione. Ma la porta non ha serratura, le finestre sono murate, e nulla Ter ricorda di come e perché fosse arrivato lì. Anche quando egli riuscirà ad evadere da questa situazione, si ritroverà in una variazione sul tema, ma un passo più avanti nel cammino della ricostruzione della sua identità, anche se vana.

Pur non avendo mai letto né visto a teatro il Huis clos di Sartre e conoscendone non più di una sintesi di trama e interpretazione riassumibile in due frasi, mi è saltato subito agli occhi il richiamo, tanto era evidente. In effetti, Shadmi stesso ha affermato di essersi rifatto, quantomeno nella prima parte, alla pièce sartriana in cui l’enfer c’est les autres. Procedendo nella lettura, si avvertono molti altri influssi letterari,e basta fare un giro in rete per trovarne una cospicua lista. In ogni caso, non si tratta mai della citazione colta, fatta per sfoggio, ma sempre di una riscrittura, una risemantizzazione, mai avulsa dal funzionamento dell’Abaddon.

Mi sorprende scoprire che la prima parte del fumetto sia stata diffusa anzitutto online (non ho potuto rintracciare il sito in cui si dovrebbe poterla leggere gratuitamente, forse è stato disabilitato), mi sorprende perché l’impaginazione in volume, nelle sue 2×3 caselle orizzontali, è uno degli elementi fondamentali della sensazione di disagio:

the-abaddon_-32

Credo che il medium schermo del pc non possa rendere lo stesso effetto, che non funzioni come invece, a titolo di esempio, per le “strisce” di Zerocalcare, che sono concepite per essere scorso col mouse.

L’altro fondamentale elemento del disagio, ovviamente, è la tavola dei colori, giocata tutto su questa scala di verde e rosso malaticci, a cui nei flashback si aggiunge un arancio che sembra fare l’occhiolino all’effetto foto vecchia seppia e che, in generale, riscalda.

Shadmi mi pare molto consapevole di quello che fa, ci sono un sacco di scelte azzeccate, precise e, si vede, deliberate. La storia non è la più originale del mondo, ma funziona bene, fa il suo lavoro, non riserva sorprese ma lascia capire subito che non ce ne saranno. A me è mancato qualcosa, forse un’emozione positiva in questa desolazione, non so. Non parlerei di capolavoro senza tempo, ma di certo Abaddon è nel novero dei fumetti più interessanti degli ultimi anni.

Appunto finale all’edizione italiana: grazie per le note della traduttrice, poche ed essenziali, mai superflue e pronte a soccorrere solo dove necessario.

Leave a Reply