Confrontiamo allora i nostri miti – Leonard Cohen

Categoria: un libro regalato.

Regalo di natale da parte di Mario. Regalo necessario, visto che sto a Montréal e Cohen è morto prima che potessi andare a citofonargli.

Confrontiamo allora i nostri miti, in originale Let Us Compare Mythologies, è un titolo bello nel significato, meno nella formulazione. Peccato poi che, di fatto, questo confronto si appiattisca – mi pare – su una giustapposizione di miti diversi che non si confrontano, ma si mettono semplicemente vicini. 44 poesie in cui i soli miti compared sono quelli giudaici e cattolici, e tutti gli altri semplicemente ci sono.

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Lasciate che l’aquilotto nato morto dimostri
come ha evitato la freccia
con l’espediente della morte; occhi chiusi,
piume ancora non del tutto formate.
Lasciate che insegni quanto saggia
fu la sua morte prematura, come il cacciatore
si fermò solo un istante sullo stretto sentiero
e non volle sprecare il suo braccio
per raffreddare il tepore che rapido moriva.
 
E lasciate che gli eroi dalle spade promesse
riflettano sulla più oscura battaglia:
l’acciaio irriflessivo, la carne vecchia ma difficile,
la stoccata e il rimpianto.
E che facciano congetture
sui loro scheletri scheggiati
che si muovono sull’arido campo della morte,
così dolenti, fragili e chiassosi.
E che ricordino allora l’aquilotto nato morto
e le ossa di giovane uccello che non fanno dolore né rumore.

Si tratta del primo libro di poesie di Cohen, pubblicato nel 1956 in una collana della McGill (l’università anglofona di Montréal), illustrato da Freda Guttman, al tempo fiamma del poeta.

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È un vero peccato che Minimum fax abbia pubblicato solo il testo e non le illustrazioni. La traduzione è di Giancarlo de Cataldo, che si trova contretto ad appiattire la polisemia di alcuni termini inglesi con altri italiani molto circoscritti. Certo, succede sempre, soprattutto nel tradurre la poesia, ma mi pare che, nel caso di Confrontiamo allora i nsotri miti, il dislivello sia davvero importante. Non so quanto ciò sia dovuto alle scelte di de Cataldo e quanto al scrittura di Cohen, ma di fatto il testo inglese è sempre sempre troppo più volumetrico e centrifugo.

These Heroics

If I had a shining head
and people turned to stare at me
in the streetcars;
and I could stretch my body
through the bright water
and keep abreast of fish and water snakes;
if I could ruin my feathers
in flight before the sun;
do you think that I would remain in this room,
reciting poems to you,
and making outrageous dreams
with the smallest movements of your mouth?

Nella maggior parte dei casi mi sfugge del tutto quello che Cohen stia dicendo. Lui sta lì a descrivermi cose, ad alludere, e io non so di cosa parla, non ne ho proprio idea. Anche quando cita Dante, io non vedo nulla di dantesco. Questo mi fa pensare che ci sia un filtro che io non vedo, che non conosco, forse Eliot? Non so. Ma mi sfugge troppo, e ne risente molto la piacevolezza.

D’altra parte, non conosco per nulla l’autore. Sì, certo, ci sono tutte le canzoni famosissime, ma lì il medium è diverso, e la musica permette una risposta emotiva che esula dalla comprensione razionale di quel che sta dicendo con le parole.

C’è una sessualità, in molte poesie, che invece mi pare di afferrare meglio, ma che non apprezzo molto. Si tratta di una figura femminile, anzi di diverse figure, la cui presenza nel testo mi infastidisce, quasi fosse ingombrante. Ma in questo caso non so quanto sia il testo e quanto invece sia una questione di gusto personale. Non ho poi idea se queste figure femminili vogliano essere un tu verosimile o una pura astrazione che rasenta l’allegoria.

Insomma, sono totalmente perso in questo libro, colgo le allusioni bibliche, cristiane, ebraiche, classiche, ma mi manca qualcosa di più recente che si è frapposto tra queste tradizioni e l’autore, e che ha influenzato profondamente l’atto poetico. Non so, forse è solo Cohen, forse qualcuno che l’ha preceduto.

La mia preferita, forse anche un po’ scontata, resta questa:

Ballata

Colse un fiore
dal muschio
e si fece largo tra i soldati
per stare davanti alla croce.
 
Intinse il fiore
in una ferita
e sperò che un giardino
gli sbocciasse nella mano.
 
Rabbrividì l’uomo crocifisso
alla delicata trafittura
e strappò via la carne
dal tocco del fiore,
 
e disse con voce
che mai fu udita,
“Troveranno radici i petali
nelle mie ferite sanguinanti?
 
“Impareranno canzoni i menestrelli
da una lingua lacerata
e saranno guariti i malati
dagli squarci nella mia pelle?”
 
La gente capì che una specie
di dio aveva parlato
e contemplò impaurita
i chiodi che aveva piantato.
 
E si avventarono sull’uomo
con picca e coltello
per onorare la voce
con un sacrificio.
 
Oh l’uomo crocifisso
aveva parole per la folla
ma era stanco
e le preghiere erano assordanti.
 
Pensava a isole
solitarie nel mare
e all’acqua marina che bagnava
le scure radici di ogni albero;
 
a onde di marea che si scagliavano
sulla terraferma,
su queste croci
queste colline e quest’uomo.
 
Pensava a città
e campi di grano,
agli uomini e a quest’uomo
ma non poteva parlare.
 
Oh nascosero due corpi
dietro una pietra;
il giorno si fece notte
e la folla tornò a casa.
 
E la gente del Golgota
mi assicura che ancora
invano i giardinieri
versano sangue su quella terra.

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