La parte di Amalfitano – Roberto Bolaño

Categoria: un libro di letteratura hipster.

Dopo essermi (esserci) interrogato(i) a lungo su cosa sia effettivamente un hipster e, dunque, cosa possa essere letteratura hipster, ho preferito affidarmi al sentire comune attuale, insomma di affidarmi a quelle terribili liste di libri “etichettati” che compilano i quotidiani e i blog e così via. Ho scoperto alternativamente che Sartre e Camus possono diventare libri hipster o che Minimum Fax è la casa editrice prediletta dagli hipster (avrei detto Adelphi) o ancora che pure Auster era autore hipster (ho anche scoperto di non saper scrivere la parola hipster, visto che continuo a correggere hispter). Poi mi sono rifiutato di considerare hipster La trilogia di New York e ho puntato al romanzo più comunemente hipster, 2666 di Bolaño.

Si è allora posto il problema di leggerlo tutto o leggerne una parte sola. Bolaño aveva dichiarato che le 5 parti che compongono 2666 sarebbero dovute essere considerate bolano 2666come 5 libri autonomi, da leggere nell’ordine preferito. Io posseggo, come da foto, l’edizione Adelphi che li contiene tutti e 5. Tempo fa trascorsi una nottata nella sala d’attesa di un pronto soccorso in compagnia di Bolaño, leggendo La parte dei critici e arrivando fino in fondo solo con l’aiuto della situazione. Altrimenti, in un momento di maggiore libertà, l’avrei richiuso e abbandonato.

Si intuisce già che La parte dei critici non è rimasto tra i miei libri preferiti. Non ho nemmeno molto da dire in proposito: ci sono momenti piacevoli, è tutto molto leggibile, ma poi? Mi era rimasta la stessa sensazione post-Baricco. Chiuso il libro, mi era sorta la domanda “cosa ho fatto prima di chiudere il libro?”; ah, l’ho letto. Non mi ha detto nulla. Non mi ha cambiato la vita, non l’ho accusato di avermi defraudato del tempo della lettura, semplicemente quello era tempo che la mia memoria non aveva registrato. Un vuoto.

Ho scelto infine di leggere solo La parte di Amalfitano, per la sua brevità, cercando qualcosa di breve e rapido. Forse un giorno leggerò tutto 2666, ma non per i prossimi 4 anni credo.

Per tutta la prima parte del libro, in cui Amalfitano, il protagonista, ricostruisce la storia di sua moglie Lola, ho avuto la brutta sensazione di ritrovarmi ancora una volta vicino a quel vuoto. Una storiella.

Poi la cosa è andata migliorando. No, non ho cambiato idea su Bolaño; semplicemente la storia è andata sfilacciandosi, è diventata centrifuga, mi è scappata di mano a destra e a sinistra. Questo l’ha resa più interessante, anche se non interessante tout court. Ho avuto a tratti l’impressione di leggere un collage di racconti di Borges lungo un romanzo, arrivando a pensare che c’era un motivo se Borges scriveva racconti.

Era lo stenditoio dei panni, anche se vide solo una camicetta di Rosa, bianca con ricami ocra sul colletto, e un paio di mutandine e due asciugamani ancora gocciolanti. Sull’angolo, in un casotto di mattoni, c’era la lavatrice. Per un po’ rimase immobile, respirando a bocca aperta, appoggiato al palo orizzontale dello stenditoio. Poi entrò nel casotto come se gli mancasse l’ossigeno e da un sacchetto di plastica del supermercato in cui faceva la spesa ogni settimana con sua figlia estrasse tre mollette per i panni, che lui si ostinava a chiamare perritos, alla cilena, e con quelle attaccò il libro a un filo e poi rientrò in casa sentendosi più sollevato.
L’idea, naturalmente, era di Duchamp.

Quello che più mi rimane dopo aver letto La parte di Amalfitano è la voglia di appendere un libro ai fili del bucato. Egli appende un trattato di geometria, così come aveva fatto Duchamp al fine di far capire quattro cose della vita ad un libro carico di princìpi. Io, invece, ne appenderei uno bello, che le quattro cose sulla vita le sa già.

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