Il racconto della serva Zerlina – Hermann Broch

Categoria: un libro scritto da un uomo in cui la protagonista è donna.

Come da titolo della recensione, Hermann Broch è uomo e scrive di Zerlina, donna. brochNon avendo io un’idea particolare di che libro scegliere per questa categoria, mi sono affidato ai consigli social di amici tarandoli sulla disponibilità della prima libreria che ho incontrato.

Il libro ruota intorno al racconto-confessione che la domestica Zerlina fa ad un non meglio precisato A. della sua avventura col signor von Juna, una sorta di variazione sul mito di Don Giovanni (d’altra parte Don Juan > von Juna, senza troppo impegno). Von Juna se la faceva anche con la baronessa Elvira, padrona di Zerlina, e almeno con una terza donna a cui entrambe augurano tutto il male possibile. Dalla relazione con la baronessa nasce la bastarda Hildegard, che il barone, presidente di corte d’assise, crede sangue del suo sangue. A. si trova ospite della baronessa e si becca tutto il pippotto di Zerlina su come andarono le cose tanti anni prima.

Era il migliore degli amanti; nessun altro reggeva il confronto. Come uno che, con cautela, va cercando la propria strada, così lui cercava il mio piacere. Lo travolgeva l’impazienza di possedermi; come violenti brividi di febbre, l’impazienza lo faceva tremare, e tuttavia non ne è stato sopraffatto, né lui mi ha sopraffatta, ma ha atteso finché non è riuscito a condurmi con sé sull’orlo dell’abisso, là dove l’essere umano sente che gli si spalanca davanti l’ultimo precipizio. (p. 39)

Non c’è troppo da dire su questo libro. Si finisce in un’oretta, non ti cambia la vita né la modifica troppo. Non è male, ma, se non l’avessi letto, non sarebbe stata un’occasione mancata. La storia è piuttosto lineare e la parte più interessante è forse l’autoanalisi che Zerlina fa del proprio comportamento, la descrizione dei suoi moventi e del suo percorso di presa di coscienza di essi.

A volte, durante la lettura, il livello di espressione di Zerlina stride con il livello culturale che ci si aspetterebbe da una domestica. Ma ciò ha una spiegazione esplicita:

«Molte cose possono diventare l’indimenticabile, possono sorreggerci accompagnandoci e accompagnarci sorreggendoci, senza essere mai state amore, senza nemmeno poterlo mai diventare. L’indimenticabile è l’istante della maturità, scaturito dagli infiniti momenti preparatori e dalle infinite somiglianze preparatorie, e che da questi momenti e da queste somiglianze viene a sua volta sorretto; è l’istante in cui percepiamo che dando forma veniamo formati, siamo stati formati. È pericoloso scambiarlo per amore».
Questo è ciò che A. aveva udito, ma che Zerlina avesse parlato proprio così non poteva esser dato per certo. Molte persone anziane cadono talvolta in una glossolalia salmodiante, e in questi casi viene facile ricamarci sopra con l’immaginazione, soprattutto in un pomeriggio domenicale, con il caldo estivo e le persiane chiuse. A. voleva esserne sicuro e attese che la cantilena riprendesse, ma Zerlina era tornata al suo solito modo di parlare, quello delle vecchie. (p. 28)

La postfazione di Luigi Forte apre uno scenario che non conoscevo. Il racconto della serva Zerlina fa parte del progetto di un romanzo in undici racconti, gli Incolpevoli, che Broch idea quando già alcune parti di questi sono pubblicate. Un progetto a posteriori, quindi, che rende la storia di Zerlina solo una scena di un quadro più grande e, stando agli accenni di Forti, decisamente interessante. Peccato che gli Incolpevoli sia attualmente fuori catalogo, visto che nella sua interezza deve essere una costruzione che vale al pena di leggere.

Una nota finale. Forti sottolinea molto la volontà di Broch di affrontare il tema della colpa tedesca – Il racconto della serva Zerlina è del 1949. Non so quanto ciò sia vero, né quanti si possa parlare di romanzo politico per gli Incolpevoli, ma il titolo non sarà certo casuale. Tuttavia, la storia che Zerlina racconta sembra completamente distante da temi come il nazismo o le radici culturali del suo sviluppo. O forse ne è distante nello stesso modo in cui il film Il nastro bianco lo è rispetto alla prima guerra mondiale.

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