Alcesti – Euripide

Categoria: un libro avanti Cristo.

Euripide mette in scena l’Alcesti nel 438 a.C. e, ben presto, deve esserci stata una circolazione in forma di libro – manoscritto o papiro o altro che dir si voglia. Io, personalmente, non avendo mai studiato greco, sono venuto a conoscenza dell’intera storia di Alcesti piuttosto di recente, ma la sinossi della trama credo possa essere libera da spoiler alert, visto che Apollo all’inizio spoilera già tutto. I classicisti mi dovranno perdonare le semplificazioni e gli errori da lettore contemporaneo.

La trama quindi. C’è tutto un antefatto non narrato di screzi tra Apollo e Zeus scatenati in origine dal fatto che Asclepio, figlio del primo, ha resuscitato gente e suscitato l’ira del secondo. Apollo è dunque  stato ospite, in condizione servile, da Admeto, re di Fere, e in cambio del soggiorno offre ad Admeto la possibilità di far morire qualcun’altro al suo posto. Admeto, pur di sopravvivere chiede ai genitori, che fanno pippa, e alla moglie Alcesti, che accetta. Tanti pianti, la richiesta da parte di lei di non essere rimpiazzata da una moglie numero 2 e la donna muore. Arriva Eracle, con all’attivo 7 fatiche, e vedendo il lutto pensa bene di non approfittare dell’ospitalità di Admeto. Questi però, pur di aver cotanto ospite e non perdere valutazioni su tripadvisor, finge che tutti siano in lutto per una semiestranea e lo convince a restare. Un servo di Admeto finisce però per raccontare tutto a Eracle, che scende in segreto negli Inferi e torna con Alcesti velata e muta (potrà parlare solo dopo tre giorni, in attesa di essere sconsacrata dal mondo di sotto). La porta da Admeto spacciandola per una giovane vinta ad un agone e lo convince ad ospitarla, a prenderla per mano e infine ne di rivela l’identità.

Ho una riflessione e mezza da fare – nulla di nuovo, eh –  e due note a margine. La prima riflessione riguarda il comportamento di Admeto, che non è per nulla una brava persona, a giudicarlo con i parametri etici contemporanei. Di base è uno che va in giro chiedendo ad altri di morire per lui. Il padre, quando viene a onorare la defunta moglie, viene rinnegato dal figlio per non aver accettato di morire per lui e, a ragione, questi si ribella:

Io ti ho generato e allevato come futuro padrone della mia casa, ma non ho il dovere di morire per te: non ho ricevuto questa legge, che i padri muoiano al posto dei figli: non è usanza greca. Per te stesso sei nato, felice o infelice che tu sia, e quello che dovevi ricevere da me l’hai avuto. Governi su molti sudditi e ti lascerò in eredità molti campi: questo è ciò che io ho ricevuto da mio padre. In che cosa dunque ti faccio torto? Di che cosa ti privo? Io non ti chiedo di morire per me – e neanche io per te. Tu hai piacere di vivere; pensi forse che tuo padre non ne abbia?

La domanda che mi pongo è se la condanna del comportamento di Admeto che pronuncio da uomo di oggi è in parte valida per Euripide. A chi vedeva Alcesti nel 438 veniva da dire “che stronzo ‘sto Admeto”?. Io direi di sì, visto che a più riprese il testo mi pare suggerirlo, soprattutto nelle parole del padre, che più di tutti sottolinea la codardia del figlio. E poi Admeto, già alla prima apparizione, è insopportabile.

ALCESTI Figli miei, vostra madre non è più. Addio, possiate vedere i letizia la luce del sole.
ADMETO Ahimé, dolorosa è questa parola che sento, peggiore per me di ogni morte. In nome degli dei non osare abbandonarmi, in nome dei figli che rimarranno orfani. Se tu muori io non posso sopravvivere; in te sta che io viva o non viva, perché io adoro il tuo amore.

E pensarci prima? Il punto è che Admeto non dice mai “mi pento di avertelo chiesto, ma ormai non si può tornare indietro e quindi mi piango addosso; se tornassi indietro non te lo chiederei”. È per questo che mi risulta odioso nel suo lamentarsi per finta, per dovere. Perché sì ti dispiace, ma ti dispiaceva di più morire. Solo quasi alla fine dirà:

Invece io, che non dovevo vivere, che ho oltrepassato il mio destino, condurrò una vita penosa. Adesso lo capisco. Come potrò sopportare di entrare in questa casa? Chi saluterò e di chi riceverò il salto perché l’ingresso mi sia lieto? Dove andrò? Dentro, mi scaccerà la solitudine quando vedrò vuoto il letto della mia donna, e la sedia che sedeva, e per la casa il pavimento sordido, e i figli che cadendo alle mie ginocchia piangeranno la madre, e i servi la padrona che se n’è andata.

Ma anche qui pare più una questione di egoismo, del tipo “ormai avrò cattiva fama e dovrò passare la vita a farmi vedere contrito”. (N.B. L’introduzione di Paduano non è proprio d’accordo con me). Insomma, Admeto mi pare un personaggio odioso. Dice il padre:

E proprio tu parli della mia vigliaccheria, tu, disgraziato, che sei di tanto inferiore alla donna che è morta per i tuoi begli occhi? O sei stato abile a trovare il modo di non morire mai, se convincerai a morire le tue mogli, una dopo l’altra. E poi insulti i tuoi cari che non hanno voluto farlo, tu che sei così vile? Taci: pensa che se tu ami la vita l’amano tutti,  e se mi dirai cose cattive, dovrai sentirne anche tu, e veritiere.

Poi, certo, il padre di Admeto non è che non tiri l’acqua al suo mulino, eh.

Al di là di questo processo ad Admeto (al di là anche del fatto che Alcesti rediviva non parli, che è interessantissimo), la seconda, breve, domanda che mi viene naturale porre è sulla definizione di tragedia. Alcesti muore e, d’accordo, c’è del tragico, ma in sé sembra più una satira sull’ipocrisia borghese (anacronismi a gogò) che non una lacrimosa tragedia. Poi, la questione è irrisolvibile per menti più competenti e illuminate della mia, menti anche meno invischiate della mia in un clima da Medioevo, che di tragedie non aveva capito nulla (porelli, non ne avevano), quindi mi pare inutile esprimermi su cosa fosse la tragedia nel 438 a.C.

Per quanto riguarda invece le due note a margine, la prima deriva dal libro letto subito prima di questo, Canti di pianto e d’amore dell’antico SalentoLa lettura consequenziale dei due libri è stata casuale, ma propizia a evidenziare come le esternazioni per la morte di Alcesti e il lutto delle prefiche siano piuttosto simili. E, dettaglio tra i dettagli, Admeto dice: “Questo in casa: fuori mi feriranno le nozze dei Tessali e le adunanze piene di donne. Non resisterò a vedere le sue coetanee.” Paduano nota che “lo smarrimento di Admeto davanti alle coetanee di Alcesti anticipa splendidamente il suo contatto con la donna velata” (n. 156), ed è vero, ma il fatto di provare fastidio di fronte alle giovani coetanee della defunta è anche tema ricorrente del lutto. Nei canti delle prefiche: “Io ti prego, mamma mia, / che tu non esca davanti casa: / vedresti tutte le mie coetanee / mentre io sono al buio”.

In generale, e questa è la mia ultima nota, le note al testo di Paduano sono utili e precise. Non sono moltissime, ma sono sempre pronte a rispondere con giusta sintesi alle domande che il testo suscita anche al lettore non specialista. Sulla validità della traduzione alzo le mani, l’originale mi rimane illeggibile.

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