Canti di pianto e d’amore dell’antico Salento – a cura di Brizio Montinaro

Categoria: un libro senza autore.

Come da titolo, trattasi di una raccolta di canti di pianto e d’amore dell’antico Salento. Montinaro antologizza testi di diversa derivazione, pescandoli da libri già pubblicati sull’argomento o da fonti orali direttamente raccolte sul campo. Perciò, trattandosi di tradizioni popolari, ne nasce un libro senza autore, o senza autori.

Ce se pracalò, Tanate,
ce se pracalò, poddì:
an di citto pedàcimu,
arisòmmuto apù ‘cì;
na ‘χi na ‘rti ‘s tuti mànatu,
pu is en’ ghiasticò poddì.

E io ti prego Tanato,
ti prego molto:
se vedi quel mio figliolo,
mandamelo indietro di là;
che torni da questa sua madre
ché le è molto necessario.

Sono canti di prefiche in lingua grica, la particolare versione di greco parlata ormai in pochissimi comuni salentini (e in altri delle zone dell’antica Magna Grecia). La schematica (e un po’ troppo accademica) ma, tutto sommato, esaustiva introduzione di Montinaro informa del dibattito ancora irrisolto sul fatto che il grico derivi dall’antico o dal neo greco, ma di certo il corredo mitologico che emerge dai testi è decisamente poco cristiano. Mai appaiono la Madonna o i Santi, ma solo Thanatos, Caronte, le Moire o il Fato.

Evò se pragalò, mànamu,
na min èguis eci ‘mbrò
ti torì ole tes ìsemu
c’evò steo ‘s to scotinò.

Io ti prego, mamma mia,
che tu non esca davanti casa:
vedresti tutte le mie coetanee
mentre io sono al buio.

Il tutto si costruisce intorno ai riti e alle ritualità che accompagnano il defunto al momento della sepoltura. Ci sono molti aspetti poco chiari, cui gli stessi partecipanti dei riti non sanno dare una spiegazione se non facendo riferimento ad una tradizione consolidata e formalizzata che risale fino alla Gracia più antica. Non è un caso che Montinaro chiami in causa i poemi omerici o le antiche tragedie, ritrovandovi una serie di temi e immagini perfettamente corrispondenti a quelli cantati dalle prefiche.

Pòntamu t’ iχe na tarassi
‘na canistrin òrio s’òftiaza,
na pari o mati na s’addafsi!
Tis su pleni o matin, àndramu?

Se mi avessi detto che dovevi partire
ti avrei preparato una bella cesta
con la camicia da cambiare!
Chi ti lava ora la camicia, marito mio?

La parte che più colpisce un filologo romanzo come me è la modalità in cui il testo, meglio il canto, si crea. Il verso che parla della camicia nel cesto ad esempio ricorre in molti canti diversi, sempre uguale, sempre con lo stesso verso. La prefica non recita a memoria la sua canzone, ma la crea al momento, la adatta alla situazione, all’identità del defunto. Così, che si tratti di uomo o donna, madre o figlio, padre o zio, la prefica si trova a scegliere da un repertorio di temi e immagini e a tirar fuori un testo più o meno metricamente esatto, più o meno corrispondente ad uno schema metrico semplice e malleabile, ma costruito ad hoc per la situazione specifica.

È quello che deve essere accaduto per moltissimi testi orali, come gli antecedenti dell’Iliade e dell’Odissea, le Chanson de Geste e simili. La differenza sta nel fatto che la tradizione dei canti di pianto salentini è ancora viva – pur se prossima alla scomparsa. C’è l’urgenza di studiarli, per bene. Il libro curato da Montinaro dimostra l’assoluta inefficacia di un testo esclusivamente scritto, estrapolato dalla sua situazione specifica, bisognoso di ulteriori studi e approfondimenti. D’altra parte, egli stesso sottolinea la difficoltà dell’ottenere una recitazione fuori contesto dalle prefiche, che si rifiutano di cantare di fronte ad un microfono, ma si potrebbe discutere (lo si è fatto d’altronde) sulla legittimità di fare ad esempio trascrizioni durante un funerale. Da un punto di vista strettamente metodologico, lo studio dei testi delle prefiche pone tutta una serie di problemi interessantissimi, primo fra tutti lo statuto e la definizione stessa di “testi” o “canti”. All’atto pratico lo sono certamente, ma la loro formulazione sulla base di un bagaglio di formule, temi e interi versi già pronti nella memoria meriterebbe uno studio dedicato, con particolare attenzione all’aspetto cognitivo, al testo nel suo farsi.

Ma divago verso i lidi specialistici del filologo cognitivo, appunto.

La seconda parte del libro, decisamente breve, raccoglie alcuni canti d’amore, non solo in grico. Sono tutti caratterizzati da un “Io” maschile che parla e, anche qui, sono molto interessanti in rapporto a tutta la tradizione occidentale di lirica d’amore.

Sia benedettu ci fice lu mundu
comu lu sippe bellu a situare
fice la notte poi fice lu giurnu
e poi l’ha fattu crìscere e mancare.
Fice lu mare tantu cupu e fundu
ogni vascellu ‘ppozza navigare
fice lu sole e poi fice la stella
e poi fice l’occhi toi, cara mia bella.
Fice lu sole e poi fice la luna
poi fice l’occhi de la mia patruna.

Questo libro ha due grossi problemi. Primo, si dimostra troppo incompleto, insufficiente, manchevole. Non riesce ad affrontare in modo divulgativo quello che tratta ma nemmeno ad essere specialistico, rimanendo in un limbo che lascia insoddisfatti tutti. Secondo, la copertina non c’entra nulla. Le tre dame in blu prese dal palazzo di Cnosso a Creta. Perché?

 

4 thoughts on “Canti di pianto e d’amore dell’antico Salento – a cura di Brizio Montinaro

  1. Non c’è niente da fare: si sente che la poesia è il tuo ambito. Crei il piacere di leggerti, quando parli di poesia: si sente battere il tuo polso. Oltre al fatto che sei praticamente l’unico in grado di farmi staccare dalla mia amata prosa. Talented one!

  2. Sai che stavo pensando proprio ai canti del lutto delle prefiche salentine leggendo una tua recensione precedente, che ora ovciamente non trovo, sul libro scritto dalla vedova di Foster Wallace. Questa dimensione pubblica, recitata, codificata del lutto ha la sua funzione, e evidentemente (pensavo) perdendola se ne vanno cercando dei sostituti…

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