Tracce – Louise Erdrich

Categoria: scritto da un nativo americano. IMG_0950

Louise Erdrich è in parte indiana Ojibwe (la mamma, pure metà francese) e in parte tedescamericana (il papà, che le dava un nichelino per ogni storia scritta, da piccola). Ci sono autori che hanno in testa una storia, altri che non hanno altro che la propria vita; altri ancora, come Erdrich, hanno tutto un universo e la loro scrittura è edificazione e la loro lettura è sprofondo.

Dal 1984, Erdrich scrive di una immaginaria comunità di Anishinabe, indiani del nord-est, ed ogni romanzo è un tassello che si aggiunge. Tracce è una narrazione a due voci contrastanti: da un lato c’è Nanapush che racconta a sua nipote Lulu; dall’altra c’è Pauline, sola, senza un visibile ascoltatore. Nanapush è una sorta di trickster, narratore-ingannatore, vecchio cantastorie e saggio della riserva, che incanta e inganna la morte come Scheherazade, a parole. Gli eventi racchiusi tra il 1912 e il 1924 si possono riassumere in un pugno di fatti – fatterelli, le solide vicende fra umani, indiani, europei o afroamericani che siano. Quello che merita invece attenzione, credo, è l’ondeggiare tra la tradizione indiana e il realismo magico, tra cui la parete è visibile, ma improvvisamente sottile e permeabile. È quindi il realismo del folklore che vibra nelle parole di Nanapush; è quello – nella mia lettura – la traccia lasciata per la giovane ascoltatrice.

Il potere viaggia per linea di sangue, trasmesso prima della nascita. Viene tramandato attraverso le mani, che nei Pillager sono forti e nodose, grandi, ruvide e simile a ragni, con polpastrelli sensibili, abili con le carte. Viene tramandato anche attraverso gli occhi, combattivi, di un marrone scurissimo, gli occhi di quelli del clan dell’orso, che hanno un modo villano di fissare dritto in faccia le persone. p. 35

Accanto a Nanapush, ultimo del suo clan, la figura principale è Fleur, ultima dei Pillager, affogata due volte e per questo considerata protetta dal mostro del lago e al contempo maledetta fra gli uomini. Anche lei con un potere e una forza straordinari, indeboliti da un ardore di irragionevolezza.

 Il potere muore, il potere si interra e riemerge, inafferrabile. È transitorio, ha il volo rapido e una tendenza a ingannare. Appena conti di possederlo scompare. Dimentica che è mai esistito e riappare. Non ho mai fatto l’errore di credere di possedere la mia forza, questo è stato il mio segreto. E così non sono mai stato solo nei miei fallimenti. La colpa non è mai stata interamente mia quando tutto era perduto, quando le mie cure disperate non avevano effetto sulla sofferenza di coloro che amavo. Perché chi può rimproverare un uomo che aspetta con le porte aperte, le finestre aperte, il cibo da offrire, le braccia spalancate? Chi può rimproverarlo se l’ospite non arriva? p. 151

 

A questo stare come un albero nella foresta, sotto il sole, si oppone un lento movimento di corruzione ed espatrio. Corruzione in maniera chimica, di agente (dell’Agente governativo, per dire) esterno arrivato a corrodere.

Ragazza mia, ascolta bene. Nanapush è un nome che perde potere ogni volta che viene scritto e archiviato in un fascicolo del governo. È per questo che lo diedi una volta sola in tutti quegli anni. p. 36

Il nome proprio. Il nome dei propri defunti, conservato in silenzio sulla lingua mentre tutto vorrebbe gridarlo ed evocare, attraverso di esso, la presenza che ha già preso la via verso Ovest. Il nome e la terra: le cose da custodire. Mi colpisce l’idea di un confine soprannaturale – il bosco che diventa foresta fitta, dove non si va, perché vi albergano gli spiriti e anche gli animali la evitano – paragonato ad un confine astratto, disegnato su una cartina, che per diventare visibile e coercitivo deve trasformarsi in un muro, un recinto elettrificato. Vedo dove posso lasciar spaziare lo sguardo, sento l’ombra diventare più fitta e i peli alzarsi sulle braccia, il respiro tendere a diventare più silenzioso. Vedo dove invece è stato fatto deserto perché il confine sia più visibile, come un coltello ancora ritto nella carne.

Ora conoscevo anche le incertezze dell’affrontare il mondo senza un pezzo di terra da chiamare casa. p. 158

Nanapush non è uno che si piange addosso. Se deve esprimere dolore lo fa così, brevemente, con consapevolezza; questo non è un libro di piagnistei. Ma il problema della terra sottratta a chi vi ha vissuto per secoli senza (forse?) chiamarla propria mi riesce più comprensibile delle grida dei nazionalisti che giornalmente leggiamo sui giornali europei. Certe cose si capiscono meglio per avvicinamento di macchie giustapposte.

Fu allora che cominciai a capire cosa stavamo diventando, e gli anni mi hanno dato ragione: una tribù di archivi e triplici copie, una tribù di documenti scritti in righe fitte, di direttive, di politica. Una tribù di alberi pressati. Una tribù di zampe di gallina, che possono essere disperse dal vento, ridotte in cenere da un solo fiammifero. p. 189

A me è capitato di sentirmi fatta di carta straccia qualche settimana fa, dovendo rifare la carta di identità e scoprendo di dover rinnovare un documento perenne, che quindi non abbisogna di rinnovo. Ma gli hanno cambiato nome e quindi. E quindi ho capito che hanno fatto degli indiani degli immigrati, degli stranieri, degli estranei pericolosi, da tenere a bada dalla sublime civiltà inventata dal cardinale Richelieu: la burocrazia.
Un altro elemento importante della narrazione è proprio la Chiesa, presente come seconda voce narrante, quella di Pauline. Di lei, Nanapush dice:

Era il corvo della riserva, viveva dei nostri avanzi, e ci conosceva meglio di tutti perché gli avanzi raccontavano la nostra storia. p. 53

Pauline è uno dei motori della storia. È anche un’incomprensibile stronza. Non vorrei dire di più, perché altrimenti scivolo nello spoiler e non voglio. A sostegno della mia tesi di cattiveria di Pauline, indiana, convertita per dare sfogo alla sua frustrazione innata, citerò solamente:

La terra sarà venduta e divisa. La baracca di Fleur crollerà al suolo e verrà coperta dalle foglie. Il luogo sarà infestato di fantasmi, immagino, ma nessuno avrà un udito abbastanza fine da sentire le voci basse dei Pillager o una vista abbastanza limpida da vedere le loro ombre immobili. Gli stupidi vecchi tremanti con le loro magie visionarie a uno a uno moriranno e i giovani, come Lulu e Nector, torneranno dalle scuole del governo sordi e ciechi. p. 173

Non c’è bisogno di altro per sapere che Pauline ha ragione. E che per questo bisogna cercare le tracce del passato, percorrerle, aprire nuovi sentieri che sbucheranno nel futuro.

“C’erano così tante storie, così tante possibilità, così tante bugie.” p. 59

 

 

 

 

 

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