La rosa profonda – Jorge Louis Borges

Categoria: un libro scritto quando l’autore aveva più di 70 anni

Borges nasce al capolinea del XIX secolo, nel 1899, mentre la prima edizione di La rosa profunda viene pubblicata nel 1975 e contiene poesie scritte non prima del 1971, quindi il limite dei 70 anni è ben superato.

La rosa profonda non rientra tra i libri di Borges che riconosco da lontano e fino a poco tempo fa non sapevo nemmeno esistesse. Poi finalmente ho preso a sfogliare il Meridiano di Borges che comprai anni fa – i miracoli dell’usato al 50% – e che contiene il secondo volume delle opere complete. Tra queste, La rosa profonda, motivo per cui non c’è la foto di una copertina in cima a questa recensione. Ultima premessa: conosco il Borges poeta solo tangenzialmente, per qualche poesia consigliata o lettami da altri, quindi ne ho una conoscenza decisamente abbozzata.

Quello che posso sottolineare subito della Rosa è la volontà – ci mancherebbe altro – di creare un libro che non sia un insieme di poesie ma che acquisisca significato ad un livello superiore dei singoli testi. Si vede bene, insomma, un macrotesto, con tipici richiami geometrici. Non a caso il primo testo è Io:

Yo

La calavera, el corazón secreto,
los caminos de sangre que no veo,
los túneles del sueño, ese Proteo,
las vísceras, la nuca, el esqueleto.
Soy esas cosas. Increíblemente
soy también la memoria de una espada
y la de un solitario sol poniente
que se dispersa en oro, en sombra, en nada.
Soy el que ve las proas desde el puerto;
soy los contados libros, los contados
grabados por el tiempo fatigados;
soy el que envidia a los que ya se han muerto.
Más raro es ser el hombre que entrelaza
palabras en un cuarto de una casa.

Io sono il teschio ed il cuore segreto,
i percorsi del sangue che non vedo,
le gallerie del Sogno, questo Proteo,
le viscere, l’occipite, lo scheletro.
Son queste cose. Incredibilmente
sono pure il ricordo di una spada
e quello di un tramonto solitario
che si dissolve in oro, in ombra, in niente.
Quello che vede le prore dal porto;
sono i contati libri, le contate
stampe che il tempo ha affaticato, sono
quello che invidia quelli già morti.
Più curioso esser l’uomo che ricama
parole in una stanza di una casa.

Il testo spagnolo non è complesso, vi invito a leggerlo di contro alla traduzione, pure intelligente, ma pur sempre traduzione. In un piccolo riassunto si avrebbero quattro fasi: Io sono un insieme di cose, il mio corpo, il mio cervello; Io sono il ricordo di; Io sono quello che vede (quindi un essere che agisce o, meglio, percepisce, con un movimento dall’esterno all’interno); “più curioso è essere l’uomo che entrelaza parole”, una terza persona, un prendere atto da fuori di quel che si è.

La poesia che segue, dopo questa riflessione sull’Io, è Cosmogonia, e il titolo basta per capire il movimento. Con Emanuele abbiamo riflettuto un po’ sulle prime poesie, di fatto facendo questa recensione a due mani. Suo è il riconoscimento di Orazio alla fine di Inventario:

Al olvido, a las cosas olvido, acabo de eregir este monumento.
Sin duda menos perdurable que el bronce y que se confunde con ellas.

All’oblio, alle cose dell’oblio, ho appena eretto questo monumento.
Senza dubbio meno duraturo del bronzo che si confonde con esse.

Orazio, in chiusa del terzo libro delle Odi:

Ho eretto un monumento più duraturo del bronzo
e più alto del regale sito delle piramidi, tale che
né la pioggia corroditrice né l’Austro sfrenato
potrebbero distruggerlo, né l’innumerabile serie
degli anni e la fuga delle stagioni. Non morirò
del tutto e anzi molta parte di me eviterà
Libitina: continuamente io crescerò rinnovandomi
nella gloria presso i posteri, ecc.

Un valore diverso della poesia, evidentemente. Subito dopo Inventario c’è un “dittico animale”, prima La pantera:

La pantera

Tras los fuertes barrotes la pantera
Repetirá el monótono camino
Que es (pero no lo sabe) su destino
De negra joya, aciaga y prisionera.
Son miles las que pasan y son miles
Las que vuelven, pero es una y eterna
La pantera fatal que en su caverna
Traza la recta que un eterno Aquiles
Traza en el sueño que ha soñado el griego.
No sabe que hay praderas y montañas
De ciervos cuyas trémulas entrañas
Deleitarían su apetito ciego.
En vano es vario el orbe. La jornada
Que cumple cada cual ya fue fijada.

Oltre le salde sbarre la pantera
ripeterà il monotono cammino
che è (ma non lo sa) il suo destino
di nera gemma, infausta e prigioniera,
Sono mille che passano e son mille
che tornano, però è una e eterna
quella fatale che nella caverna
traccia la retta che un eterno Achille
traccia nel sogno che ha sognato il greco.
Ignora che ci sono campi e monti
di cervi le cui viscere tremanti
sono delizia al suo appetito cieco.
Invano è vario l’orbe. La giornata
che ognuno vive è stata già fissata.

Invano è vario l’orbe. Sbam. È proprio vero. Al di là delle tante cose che si possono dire su questa poesia, a partire da un’interpretazione non proprio univoca (ad esempio all’inizio, le sbarre e il destino di nera gemma mi fa pensare ad una pantera contemplata, come fosse in uno zoo, ma forse le sbarre sono solo metaforiche, quelle del destino), a me colpisce moltissimo la verità degli ultimi due versi. Siamo infinite possibilità, eppure ne vivremo un numero limitatissimo, in parte anche prevedibile. Così, allo stesso modo, la pantera ignora i cervi (se vedo giusto, e cioè se pantere e cervi hanno habitat diversi – o semplicemente la pantera è in gabbia reale).

L’altra poesia animale è Il bisonte, che spezza il parallelismo della condizione uomo-animale e ne specifica le differenze, come una postilla alla Pantera. Gli ultimi sei versi:

Luego pienso que ignora el tiempo humano,
cuyo espejo espectral es la memoria.
El tiempo no lo toca ni la historia
de su decurso, tan variable y vano.
Intemporal, innumerable, cero,
es el postrer bisonte y el primero.

Poi rifletto che ignora il tempo umano,
il cui specchio spettrale è la memoria.
Il tempo non lo tocca né la storia
del suo decorso, così vario e vano.
Intemporale, molteplice e nessuno
è l’ultimo bisonte ed è anche il primo.

Forse non serve commentare, il senso è chiaro. Nota lessicale: è il decorso della storia ad essere vario, dunque non c’è contraddizione con l’interpretazione della poesia precedente, dove era il singolo, ognuno, a non godere della varietà.

Ci sono di seguito poesie di tradizione letteraria, meno appassionanti: Spade All’usignolo, che fanno un po’ da dimostrazione – se ce ne fosse bisogno – degli spazi letterari in cui sa muoversi Borges, da Virgilio a Marino a Keats, e così via. Sono anche poesie che stanno a significare la condizione in cui si trova il Borges poeta, che in quanto tale chiede alla spada di poterne fare oggetto d’arte, di letteratura, non meritando di maneggiarla.

C’è poi una grande ossessione per Don Quijote, che ultimamente mi è capitato di ritrovare spesso (leggevo l’altro giorno Città di vetro di Auster). Borges fa largo uso della realtà virtuale che si crea Don Quijote e del reciproco generarsi in sogno dell’autore, Cervantes, del protagonista, nella doppiezza di salute e pazzia: “il doppio sogno li confonde e quanto / sta accadendo già accadde molto prima” – e non penso che il doppio sogno sia quello di Schnitzler, ma vai a sapere. Questo per dire che, a mio gusto, questo specchio riflesso nel vuoto lascia un po’ il tempo che trova e finisce in un gioco di bambini, e non mi appassiona troppo.

Trovo più interessante il frequente riferimento a Proteo, che si becca anche due poesie tutte per sé, ProteoAltra versione di Proteo, perché le “inafferrabili forme” del dio trovino corrispondenza duplice. Proteo, divinità marina trasformista con doti da preveggente che, stando a Omero, vaticinava solo quando, dormiente, era costretto a mantenere la sua naturale forma di vecchio. Il personaggio è stato riscritto da chiunque, divenendo figura di Cristo e del Diavolo, tanto per non farsi mancare nulla, e perciò non vedo tutte le sfaccettature che Borges leviga.

Di questo passo questa recensione non finirà più. Mi pare significativa, quanto meno per la categoria della Reading challenge, l’incipit di Una mañana:

Loada sea la misericordia
de Quien, ya cumplidos mi setenta años
y sellados mis ojos,
me salva de la venerada vejez
de los días iguales
y de los protocolos, marcos y cátedra, ecc.

Lodata sia la misericordia
di Chi, già compiuti i miei settanta anni
e sigillati i miei occhi,
mi salva dalla venerata vecchiaia
e dalle gallerie di precisi specchi
nei giorni uguali,
e dai protocolli, cornici e cattedre, ecc.

Altrettanto significative le poesie sulla cecità, che pure è tema ricorrente. Non stupisce, visto che Borges è completamente cieco da alcuni anni. “Repito que he perdido solamente / la vana superficie de las cosas – Ripeto che ho perduto solamente / la vana superficie delle cose“.

La rosa profonda  si muove su un numero limitato di temi, che si moltiplicano nell’immensa cultura del Borges tardo. Non c’è mai un’azione reale, perché ogni personaggio si muove in un riflesso di sé o nel sogno di qualcun’altro; nulla avviene davvero, e insieme tutto avviene. Il sogno è e non è fuori dalla realtà, è passato e futuro, ma passato e futuro non sono, dunque nemmeno il sogno è, e insieme è.

Da quel poco che so del Borges poeta, da quel che mi dice Emanuele, la forma è diversa dal solito, non poesie lunghe, ma brevi, concise, condensate, con metri spesso tradizionali; abbondano sonetti e giochi di rima.

Rimane la questione del titolo. Quale sia il significato profondo, non mi è troppo chiaro: una rosa appare qua e là, ma soprattutto nell’ultima poesia della raccolta, The unending rose, dedicata a Susana Bombal, scrittrice e amica di Borges. C’è una rosa al cospetto del poeta e mistico persiano Attar di Nishapur. Lo sfondo è quello della invasione mongola della città di Nishapur, in cui si dice Attar morì. Egli guarda la rosa e dice “con tacita parola / come chi pensa e non come chi prega”:

Tu vaga esfera está en mi mano. El tiempo
nos encorva a los dos y nos ignora
en esta tarde de un jardín perdido.
Tu leve peso es húmedo en el aire.
La incesante pleamar de tu fragancia
sube a mi vieja cara que declina
pero te sé más lejos que aquel niño
que te entrevió en las láminas de un sueño
o aquí en este jardín, una mañana.
La blancura del sol puede ser tuya
o el oro de la luna o la bermeja
firmeza de la espada en la victoria.
Soy ciego y nada sé, pero preveo
que son más los caminos. Cada cosa
es infinitas cosas. Eres música,
firmamentos, palacios, ríos, ángeles,
rosa profunda, ilimitada, íntima,
que el Señor mostrará a mis ojos muertos.

La tua vaga sfera è in questa mano.
Il tempo incurva entrambi ma ci ignora
in questa sera di un giardin perduto.
Il lieve peso è umido nell’aria.
La incessante marea del tuo profumo
sale al mio vecchio volto che declina.
Ma ti so più lontana di quel bimbo
che ti scorse nelle immagini d’un sogno,
o qui, in questo giardino; una mattina.
Il biancore del sole può esser tuo
o l’oro della luna o la vermiglia
fermezza della spada vittoriosa.
Sono cieco e ignorante ma intuisco
che son molte le strade. Ogni cosa
è infinità di cose. Sei musica,
firmamenti, palazzi, fiumi, angeli,
rosa profonda, illimitata, intima,
che Dio indicherà ai miei occhi morti.

 

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