Racconto d’inverno – Leonardo Bonetti

Categoria: un libro invernale.

Anche questo libro viene dal gruppo di lettura, letto il mese scorso su proposta di Roberta. Al di là della presenza invernale nel titolo, per parte della narrazione ci sono bufere e neve, tutto appare un po’ grigio alla maniera di La strada di Cormac McCarthy (bel libro e poi bel film, se vi capita) e quindi sì, inverno. Non è proprio la stagione in sé ma più una condizione metafisica e pervadente, in realtà, ma sempre inverno è.

Questo libro è noioso, per la maggior parte. Ci sono intere sezioni di esplorazione stile avventura grafica che sono noiose. Ci sono ritrovamenti di libri e quadri che, oltre ad essere inutili sono noiosi. Ci sono pagine lunghe e noiose di nulla. Insomma, noiaaaaaaaaaa.

(Parentesi: La quarta di copertina e le epigrafi del libro esplicitano alcuni importanti debiti a Racconto d’autunno di Landolfi – che a leggerne la sinossi pare sia identico al libro di Bonetti – e al film Stalker di Andrej Tarkovskij. Non ho avuto sottomano nessuno dei due, quindi chissà, forse avrebbero detto cose importanti sulla natura di Racconto d’inverno. D’altra parte, Leo, se non stai facendo una parodia – e non la stai facendo -, fai un errore a non creare un libro autosufficiente. Se il libro non funziona non è colpa mia che non conosco le tue “fonti”, o quelle “opere verso cui hai un importante debito”, ecc. Chiusa parentesi)

Noia, si diceva. Il protagonista è morto. No, non è uno spoiler, non bisogna aspettare l’ultima pagina per dirlo, basta l’epigrafe del primo capitolo:

Io lo so che non sono morto
se ora sono qui che racconto

Dillo come vuoi, sei morto. Racconto ergo sum ok, ma la tua narrazione non garantisce la tua vita precedente in tutti gli strati della narrazione stessa. (Poi non posso leggere quelle due righe senza pensare alla zeppola di Jovanotti). La cosa quindi si sviluppa un po’ come la Divina Commedia: Dante del presente scrive del Dante del passato e ogni tanto infila qualche commento del tipo “Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia” ecc.: all’inizio troviamo questo tizio che dice “Io” che scappa dalle indefinite fazioni dell’indefinita guerra e arriva ad un’indefinita casa in cui vive un indefinito tizio. N.B. Nessuno ha un nome. Il tizio che definiremo “Lui” propone a Io di fargli da guida fino al confine straniero, così che Io possa lasciarsi la guerra alle spalle e iniziare una nuova vita, cosa che effettivamente Io voleva fare. La condizione è avere fede. Peccato che Io sia uno stronzo e che tratti malissimo Lui, la cui unica colpa è fare il misterioso e avere scarse doti comunicative. Il viaggio verso il confine, molto appassionante, si conclude con una bufera a cui i due resistono camminando abbracciati. Io non ha avuto fede, il viaggio è andato male e i due tornano nella casa. Lui dice a Io che può stare un paio di giorni ma poi deve andarsene, ma Io decide di aver ragione e fa come dice lui – cioè, come dice Io, Io fa come dice Io.

Epperò, Lui aveva una sorella gnocca, Lei, sparita nel bosco anni fa, sorella che Lui venera e di cui protegge la stanza (che è l’unica parte calda della storia, che assume sfumature di riflesso di fuoco nel caminetto o lampada soffusa o candela, quel marroncino rossastro della luce di una fiamma). Io si ossessiona con Lei e inizia a esplorare la casa. Noia da avventura grafica. Ancora noia. Altre 50 pagine di noia. Poi visione, poi sogno, pedinamento di Lui, scomparsa di Lui, Lui che torna e dice a Io che deve andare via, noia, altra esplorazione, noia. E via così fino alla fine.

Tutta la storia pare per alcuni tratti una vicenda esclusivamente testuale. La storia si fa, si genera nella narrazione di Io come un percorso di scrittura, come una creazione postuma. Il problema è che per funzionare in questo modo il libro dovrebbe essere epurato di 100-120 pagine inutili, in cui semplicemente si esplora la casa – noia. C’è questo passaggio assurdo in cui Io guarda riproduzioni di quadri famosi, che vengono descritti uno per uno. Una palla, soprattutto senza senso.

Vivevamo nascosti dentro la casa. Io ho molto studiato dentro la casa. Io e mia sorella. Mio padre non permetteva che uscissimo. Mia madre non voleva, anche lei. Il nostro mondo erano i nostri libri. Quello fuori era un incubo. Poi arrivarono quelli e ci fecero a pezzi. Mia madre fu la prima a morire proprio di fronte alla facciata. La porta da cui è uscita l’ho murata con le mie mani. Mio padre urlava in ginocchio davanti a lei quando gli hanno sparato alla testa. E hanno fatto bene. L’avrei fatto anch’io perché non avrebbe più potuto vivere. Sono rimasto dentro la mia stanza a guardare sotto tremando. Quando mi hanno raggiunto si sono guardati mentre uno mi ha spinto forte la pistola sulla mascella, e non ho sentito dolore. Hanno parlato ma non capivo niente. Qualcuno urlava, poi hanno riso. Quello che mi teneva la pistola addosso mi ha colpito tanto forte che ho sentito i denti farmisi di piombo. Mi hanno sollevato, allora, per portarmi fuori. Sono stato con loro per otto mesi, ho fatto parte con loro e sono diventato uno di loro. (p.35)

Una volta feci un sogno così.

Prima ho citato Dante, non a caso, perché una parte del Racconto d’inverno mi rimanda alla Commedia, con Lui che guida Io, e tutto queste cose. Se dovessi astrarre, direi che l’Io, quindi la storia, decolla nella prima parte, ma la mancanza della fede che Lui, la guida, richiedeva, costringe la storia a tornare indietro, nella casa. Da qui la narrazione ruota intorno alla casa e a Lei, come due poli attrattori coincidenti da cui l’Io, quindi la narrazione stessa, non riesce ad allontanarsi, fino alla capitolazione del narratore fallito. Non so. In ogni caso non ha funzionato molto bene, se l’idea era questa, visto che mi sono annoiato per metà buona del libro – e io sono bravo a seguire i pipponi noiosi.

La neve scendeva fitta, ora, mentre raffiche sempre più fredde tagliavano i nostri volti. Tentammo di coprirci al meglio continuando a procedere alla nostra destra, accanto ai blocchi di roccia che delimitavano l’altopiano. (pp. 51-52)

Ora, mentre scorro il libro rincorrendo le pieghe delle pagine e cercando nella memoria cose che volevo dire e che non vorrei lasciarmi sfuggire, ora mi passano sotto mano brani e spezzoni che non fanno che rafforzare la mia impressione di trovarmi davanti ad un videogioco del genere avventura grafica. Alcuni passaggi esplorativi, alcune descrizioni, le tempistiche ci si adattano perfettamente. Inviterei dunque la Ubisoft o la EA a leggersi il libro e farne un videogioco.

Ebbi la sensazione che l’autore di quella messa in scena si fosse fermato, perché un debole chiarore, immobile sostava oltre la stanza angolare, non producendo più alcuno spostamento d’ombra. Camminavo vicino al muro, non so se per sorreggermi o solo per trovare una protezione, almeno da un lato, tremando a ogni rumore che correva sotto l’intonaco come qualcosa che potesse balzar fuori all’improvviso, come qualcosa di liquido, credevo, che grondasse dall’interno come dall’esterno dell’edificio. (p. 76)

Infine, un bello spoiler: Io incontra Lei nella stanza di Lei, improvvisamente. Io copula con Lei, Lei gli dichiara infinito amore. Ma ti pare? Vabbè, siamo al limite della visione, ma comunque a questo punto – verso la fine – le cose capitano a caso, probabilmente non per caso. Poi Lei scompare nel nulla, Lui esce e si fa sparare. Capito? Vabbè.

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