La cintura – Ahmed Abodehman

Categoria: un libro scritto in una terra diversa da quella di origine dell’autore.
Ahmed Abodehman ha infatti scritto “La Ceinture” a Parigi, Francia, Europa. È nato invece nel 1949 ad Al Khalaf, nell’Asir, Arabia Saudita. Di Parigi non ci sarà altro che il presente della scrittura, nel Prologo – quando ancora non siamo sicuri che sia proprio un’autobiografia – e nell’Epilogo – dove il dubbio è svanito. Il villaggio, invece…

 

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Nel romanzo quel puntolino rosso è l’inizio del mondo. C’è questo villaggio altissimo sulle montagne, dove ancora oggi se chiedi a Mr Maps.google di portarti in streetview ti dice: no street, no view, sori.

Siamo, a mia conoscenza, la sola tribù al mondo che discenda dal cielo. Viviamo in una regione montana e il cielo fa parte delle montagne. Da noi la pioggia non cade, essa sale. È in queste montagne che mia madre doveva andare a prendere la legna per assicurare la nostra sopravvivenza.* (p. 28)

C’è questo villaggio e c’è l’io narrante che ha meno di 15 anni ed è poeta. Suo padre è musicista, sua madre poetessa: e ogni uomo è un coltello, dice Hizam. Quello che sono i genitori dell’io non cambia il fatto che passino le giornate a lavorare i campi / lavorare in casa. La narrazione procede per piccoli nuclei di racconto-tradizione, tra il proverbio e il mito.

Mio padre diceva che ogni pioggia ha le sue piante e che in primavera è meglio essere un albero che un uomo. (p. 19)

A me il cuore respira più a fondo quando leggo una cosa del genere. Si delineano dei personaggi, per lo più di passaggio: l’imam, le infermiere, i cugini, le cugine, le zie, le altre mogli degli altri parenti. E c’è Hizam, “il più grande segreto e il vero mistero del villaggio”. Hizam, della generazione dei genitori del protagonista, è una sorta di saggio laico del villaggio. Questi designa Ahmed come suo sostituto e tra i due si sviluppa un rapporto di rispetto, fiducia e guida. La sapienza di Hizam non è né quella dell’imam né quella degli scritti, bensì una conoscenza-convinzione-orale, legata alla custodia stessa dei misteri delle cose e dei segreti delle persone. Hizam che non sorrideva mai perché sosteneva di conoscere il numero di sorrisi a lui attribuitigli. Che non pregava ad alta voce perché aveva sempre la bocca piena di datteri e uvette. Hizam (è un personaggio che mi piace moltissimo. Ahmed Abodehman è un bravissimo narratore).

Al di sopra dei frammenti ci sono i nuclei narrativi che i frammenti costellano: si tratta di 11 capitoli, da “La donna di sua moglie” a “Il sacrificio”, passando per “Le mie sorelle mia memoria” e “La memoria dell’acqua” e “Il tempo dei djinn”. La prima scuola nel villaggio nasce poco prima dei 15 anni del protagonista. Con questa vengono le persone con le scarpe ai piedi e i pantaloni sulle gambe e le mutande sotto. C’è la storia di come vanno tutti a farsi la carta di identità per la prima volta e scoprono la propria data di nascita. C’è quello che porta l’orologio e tutti gli chiedono l’ora – ma senza sapere bene cosa voglia dire (qui mi sono schiantata a pelle d’orso).

Ci sono delle cose che mi irritano la pelle, quando le leggo. Come che ai banchetti mangiano prima i grandi e poi i piccoli e i resti si portano a casa dove sono rimaste le mogli e le figlie. L’impegno è di mordersi la lingua e frenare il giudizio e a lettura completata domandarsi: è possibile distruggere questo sistema-famiglia e conservare il sistema-tribù e lasciare che tutti continuino ad andare nei campi cantando, cantando tutto il tempo (fa fiducia la parola del narratore)?
Inoltre c’è da dire che la mamma del narratore è una donna stupenda, forte, libera. Si può essere liberi anche all’interno della tradizione, essere così dentro la tradizione da poterla modificare con il proprio respiro. Sono esempi diversi che mostrano delle strade sconosciute; o strade che pensiamo note e superate, ma che colte in una luce differente cambiano, si rinnovano, portano nel futuro, chissà dove.
Il narratore non prova in alcun modo a vendere questo mondo della sua infanzia come il migliore dei mondi possibili; non c’è nostalgia, non c’è pressione, non c’è ideologia. C’è molto equilibrio, armonia. È una cosa che ho apprezzato e che ha aiutato il mio eurocentrismo a tacere.

Ad un certo punto il narratore viene mandato a proseguire gli studi in città (a Riyadh, ma nessuna città ha mai nome, nel romanzo). Quando partono, i giovani, è giorno di lutto in tutte le case. Chi parte e ha visto partire conosce questo sentimento.

Hizam mi aveva detto un giorno che, in origine, tutte le città erano state costruite intorno ad un tesoro. La gente arriva da ogni dove alla sua ricerca, poi, a poco a poco, abbandonavano le loro ricerche allo scopo di calmare il proprio spirito e, nel corso degli anni, dimenticavano persino l’esistenza stessa del tesoro. (p. 87-88)

Allora ho pensato: Hizam, hai ragione. Questo è un segreto che conosco anche io. E ho pensato che avrei voluto raccontare a Hizam i tesori delle mie città, di Wrocław, di Roma, di Cracovia. Solo che ecco, Hizam non parlava con le donne, fatto salvo un unico saluto loro rivolto in un giorno particolare.

E il titolo? Il titolo è polisemico. Ci sono varie cinture nel corso della narrazione: una si rivela solo nell’epilogo; è la cintura del titolo. Bisogna arrivare alla fine per sentire la memoria sbocciare in un sentimento presente.

Vi lascio con le ultime parole del prologo perché sono gonfie di un’umiltà bella, di un’umanità senza orpelli, di un’anima tagliata da sguardi portanti verità diverse. Danno bene l’idea del tono cristallino del romanzo, che è un’autobiografia piena di meraviglia:

Per me, scrivere significa condividere e al contempo reinventare il mondo. È a Parigi che per la prima volta ho potuto vedere il mio paese e il mio villaggio, perché laggiù non ero altro che un poeta. Parigi mi ha permesso di essere un uomo completo – ed è questo il senso della modernità -, mentre la tribù mi considera ancora oggi come una piccola cellula nel suo grande corpo, una cellula nera per alcuni membri della tribù, perché ho sposato una straniera, in questo caso una francese. Io li comprendo e scrivo per dire loro che altri mi comprendono, ci comprendono assai meglio di come noi facciamo. (p. 11)

*le traduzioni sono da me fatte poiché non dispongo della traduzione italiana esistente: “La Cintura”, a cura di Maurizia Balmelli, edizioni Epoché, 2009. Io lo cercherei, fossi in voi.

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