Il figlio di Bakunìn – Sergio Atzeni

Categoria: un libro con la copertina di un libro che hai già.

Qualche tempo fa lessi di un blog in cui un’investigatrice di copertine affiancava libri con copertine identiche o simili. Eccolo qua: https://copertinedilibri.wordpress.com/. Ad oggi, 30 giungo 2016, è ancora attivo (yuppie!), e l’ho sfruttato per semplificare la ricerca di un libro con la copertina di un libro che ho già. Dopo aver scoperto che un quarto dei libri che possiedo ha un gemello di copertina in letteratura gay di serie b (tutte trame in cui a lui muore il fidanzato e disperazione a gogò), è infine venuto fuori Il figlio di Bakunìn, che non pareva male. Ecco la prova provata dell’identità con Controcorrente (che invece viene dall’esame di letteratura francese):

prova provata

Questo Jeune homme à la fenêtre di Gustave Caillebotte aveva poco senso come copertina di Huysmans e altrettanto poca ne ha con il libro di Atzeni (anche se, per amor del vero nel Figlio di Bakunìn viene almeno nominato di sfuggita un balcone ).

Il libro vale le due orette scarse di lettura che scorrono via in una prosa piacevole e rilassante. Il figlio di Bakunìn è costruito a mo’ di intervista, con una voce nuova per ogni capitolo. L’oggetto dell’indagine è Tullio Saba, sardo di origini borghesi (più o meno) che subisce la caduta in disgrazia del padre e finisce a lavorare in miniera per mantenere la madre e se stesso. L’intervistatore-scrittore appare solo nei commenti degli intervistati e la sua voce è sempre omessa, ad eccezione dell’ultimo capitolo:

Qui finisce quel che resta di Tullio Saba nella memoria di chi l’ha conosciuto. Tutto quel che hanno detto ho registrato col mio Aiwa, tutto quel che ho registrato ho trascritto, senza aggiungere né togliere parola. Non so quale sia la verità, se c’è verità. Forse qualcuno dei narratori ha mentito sapendo di mentire. O invece tutti hanno detto ciò che credono vero. Oppure magari hanno inventato particolari, qui e là per un gusto nativo di abbellire le storie. O, ipotesi più probabile, sui fatti si deposita il velo della memoria, che lentamente distorce, trasforma, infavola il narrare dei protagonisti on meno che i resoconti degli storici. (p. 119)

Il libro è soprattutto una riflessione sulla verità e la memoria, ma Atzeni non mette didascalie – se non quest’ultima. Per tutta l’opera la contraddittorietà delle affermazioni, la possibile malafede e la distorsione dei fatti appaiono più o meno evidenti dalle parole stesse degli intervistati. Insomma, non un pippotto metaletterario, ma una bella storia rifratta nella finzione delle testimonianze raccolte dall’intervistatore (anch’egli, ovviamente, sospettabile di manipolazioni e omissioni).

La vita di Tullio Saba dà un bello spaccato degli anni del fascismo nella Sardegna dei minatori. Ma Saba è prima di tutto un anarchico, erede delle idee bakuniane di suo padre:

Chi era Stalin per noi allora? Parlo degli anni ultimi che portarono alla guerra. Chi era? Era il capo del paese dove non c’erano padroni, dove i minatori guadagnavano più degli ingegneri, perché facevano un lavoro più faticoso e pericoloso, dove le armature di Giacomo Serra sarebbero state citate ad esempio e imitate, dove c’era il libero amore, dove i minatori andavano a concerti e a teatro, i abito da sera. Tullio raccontava queste cose, perché non crederci? (p. 54)

Non starò qui a raccontare tutta la storia: si fa prima a leggersela e ne vale la pena. La Reading Challenge nasceva anche come stimolo alla lettura di cose che altrimenti non avremmo mai scoperto. Il figlio di Bakunìn mi ha fatto scoprire Atzeni, e ne sono molto felice.

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