Moment niedźwiedzia – Olga Tokarczuk

Categoria: libro comprato in una giornata uggiosa.

Olga Tokarczuk è un’autrice della Bassa Slesia, dove tra l’altro mi è capitato di nascere. In Polonia è considerata una delle migliori della generazione dei nostri padri (lei è del 1962); oscilla tra avanguardia, grande narrazione, polifonia, realismo magico. Io sono incappata in lei leggendo Ości di Karpowicz, romanzo in cui la narrazione viene frammezzata contrastivamente o di supporto con brevi estratti da altri testi. Le righe incriminate dicevano:

Gli eterotopiani intendono in una maniera completamente differente anche la parola “famiglia”. Da loro, può costituire famiglia una vecchia signora con i suoi dodici gatti. Oppure tre amiche più il compagno di una di loro, perché tutti sono appassionati di macrobiotica. Oppure due coppie omosessuali che vivono in una villa liberty, della quale bisogna occuparsi. In questo ultimo caso anche la villa è parte della famiglia. (p. 23)

Le ho lette e rilette senza capire cosa e in che senso e ma davvero e infine fiat lux et gaudio et spes! Qualcuno aveva scritto delle righe piene di senso, piene di evidenza – ma di un’evidenza chiara solo nella mia testa, perché vai a spiegare alle nonne che votano i fascisti al potere (cfr. PiS) che due coppie omosessuali fanno famiglia. Sono dunque uscita in una delle ultime giornate uggiose che il maggio primaverile ci abbia regalato, qui a Cracovia, e sono andata a comprare questo felice volume della casa editrice Krytyka Polityczna.

Moment nmoment-niedzwiedzia-olga-tokarczukiedźwiedzia ossia il Momento dell’orso è una raccolta di scritti vari, extra-letterari: articoli, per lo più, o discorsi in occasione di conferimento premi o ancora relazioni di questi eventi. C’è un articolo s p l e n d i d o sull’eterotopia: quasi un’utopia ma in versione Gioco di Ruolo. Si prende una frase del discorso sociale di maggioranza (es: Esiste un progresso del sapere. Più passa il tempo e più sappiamo; ogni anno scompare una fetta dell’ignoto) e gli si oppone una frase identica ma di segno contrario; il gioco consiste nel creare argomentazioni a sostegno della tesi contraria a quella che reputiamo “vera” e su cui basiamo la nostra esistenza – dandola per scontata e scontandola così, dandole valore fondativo. Tokarczuk sostiene che il cambiamento del mondo inizia dalle nostre convinzioni. E il gioco che propone serve ad interrogare il mondo, inteso come costruzione umana mobile, modificabile e quindi piena di speranza.

In un altro articolo ho scoperto che i dreadlocks, erroneamente definiti rasta dal linguaggio comune italiano, non nascono affatto oltreoceano, bensì in Polonia nel XVII secolo. Grazie ad un resoconto intelligente di tre mesi in Olanda, ho potuto riflettere su quanto il Discorso in Carica ami seminare la paura per controllare il popolo. Viaggiare serve a questo: ora che vivo a Cracovia, vedo come il governo polacco manipoli i suoi cittadini, ingravidandoli di xenofobia, razzismo, omofobia, radicalismo religioso. Di ciò parla Tokarczuk in uno degli ultimi articoli, raccontando l’ascesa del partito PiS e di come abbia (abbiamo, noi cittadini europei – e non essere stati attenti non è una giustificazione) assistito al recupero (il postmoderno in politica!) del mito della Polonia come Cristo dei popoli, che lega il concetto di “nazione” ai sentimenti di morte, di perdita, dell’essere vittima, dell’esilio e del dolore. C’è stato un evento assurdo: il 10 aprile 2010, l’aereo presidenziale è caduto a Smolensk. Mentre la gente era sconvolta, i media (soprattutto radio e televisione) si sono mossi per fare dell’evento una narrazione, un enorme spettacolo mitico che ha nascosto – dice Tokarczuk – la mancanza di prospettive della politica polacca. Il mito recuperato rinasce e rivive; ogni giorno vi si aggiungono nuovi elementi – la storia viene riletta e modificata, nascono eroi, parole chiave. Un discorso legato al romanticismo del 1820-30 e alle tradizioni di destra del paese.

Il problema, dice Tokarczuk, è che la coscienza collettiva traumatizzata non ha nulla da opporre a questo discorso. Il trauma diventa una trappola circolare, un’arena senza uscite. E il presente diventa un incubo che mangia il presente.

Tokarczuk non è una che fa dichiarazioni di poetica, almeno non in questa raccolta di testi. Ma ogni volta che lo pensavo, leggendo, mi rendevo conto che l’impegno era in ogni frase, nella sua struttura, nel suo contenuto, nella direzione del discorso. Negli argomenti portati. Nella tradizione cui riferisce e nel modo in cui lo fa. Si legge la voce di un’artista integra, sana, positiva.

Per i lettori italiani esistono Che Guevara e altri racconti (edizioni Forum 2006); Casa di giorno, casa di notte (Fahrenheit 451, 2007); Guida il tuo carro sulle ossa dei morti (Nottetempo, 2012) e Nella quiete del tempo (Nottetempo, 2013). Sono felice che esistano, anche se i titoli sono molto lontani dall’originale, tanto che io a stento li riconosco (a parte il secondo). Case editrici diverse e diversi traduttori, che non è l’ideale. Ma la Tokarczuk è una figa (occhi azzurri, rasta, colori!), quindi ai prossimi compleanni vi arriva!

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