Il cinghiale che uccise Liberty Valance – Meacci

categoria: libro scritto in una lingua inventata;cinghiale

laddove la lingua inventata da Meacci è l’italiano. Dovrebbe essere il cinghialese, certo, ma è un’esagerazione affermarlo. Quindi Meacci inventa l’italiano – e lo fa anche grazie alla collaborazione con l’inventato cinghialese, suite di “r” e “h” e “w” ripetute tante volte da rendere difficile il conto a occhio, non dico la lettura. Si sa che l’identità si radicalizza e accentra nel momento in cui un elemento straniero fa il suo ingresso e viene letto come nocivo, estraneo: così, la bellezza dell’italiano esce rafforzata, rinnovata e radicalmente mutata da questo scontro.

Il capitolo più bello, a mio dire, è il primo della prima parte. La prima parte porta il titolo che dovrebbe portare il libro: “La storia singolare del Cinghiale che dichiarò guerriglia nei boschi tra Corsignano e Budo”. Perché mi permetto di dire dovrebbe? Perché così darebbe al libro un senso. Perché ora arriviamo all’intoppo. Ogni segno è costituito da due lati, un significante e un significato. Già. Questo è un libro che vorrebbe essere pieno di significanti che uccidono il significato. Il senso che la suite di segni grafici crea si autodistrugge in un vortice cannibalesco. Meacci non usa uno stile, ma uno stile che raccoglie tutti gli stili che riesce a ficcarci dentro. Meacci non usa una forma, ma tutte le forme che si è trovato sotto mano nel percorso della letteratura. Il narratore di Meacci non è un narratore, ma mille: è Dio, è narratore esterno, è narratore nella testa del cinghiale. Scivola dentro e fuori, commenta i suoi personaggi, li deride.

Li deride.

TU, narratore, sei disgustoso. Crei personaggi per deriderli: allora cosa? Hai bisogno di gonfiare il tuo ego? Di ergerti, in quanto dio della parola? Di farti invisibile personaggio-marionettista, che dice io-io-io-io, visto che il livello della narrazione è il più importante?
C’è già stato un caso simile, nella storia della letteratura (a dimostrare che a fare del pastiche incondizionato, del postmoderno di vuota forma ci si fa carico anche di certe tare): si ricorderà dell’articolo “M. François Mauriac et la liberté” di Sartre, ove l’autore della Nausée rimproverava al narratore dell’altro di giocare a fare Dio, con i suoi personaggi e quindi con i suoi lettori. Gli rimproverava di far sapere che conosceva già il destino dei suoi personaggi. Di entrare e uscire dalla mente delle sue creature. Di giudicarle. Il famoso articolo si concludeva pressappoco così : “Dieu n’est pas un artiste; Monsieur Mauriac non plus”.

Non dico che la questione sia identica. Credo che le parole di Sartre abbiano ancora una loro validità e scrivere è anche posizionarsi rispetto ad esse (sì, ancora. Mentre le regole di Dante e di Boileau sono finite, Sartre è vivo). Quindi negare libertà ai personaggi, negare serietà ai personaggi è una postura esistenziale, derivante cioè da una convinzione esistenziale: che gli uomini siano privi di serietà; che le loro vite siano piccole e inutili. Mi sembra un’idea data per scontata nel testo e mi sembra giacere alla sua base. Questo è uno dei motivi che rende il libro insopportabilmente noioso.

L’asse della storia è la presa di coscienza di un cinghiale – elogio del linguaggio -, voglia di fare la guerra, sconfitta. Intorno ci sono 450 pagine di noia in bella lingua arzigogolata, gonfiate dal collage di forme già viste, espedienti già visti (oltre alla citazione cognominale di mezzo canone letterario io vedo netti pezzi di trama di Stephen King) e frammenti di vite che non aiutano a superare il male di vivere, che non aiutano a prendere una decisione rispetto a sé-e-il-mondo, che… non dicono niente. Parole vuote. Parole che non raccontano nessuna storia.

Bisognerebbe analizzare meglio come l’umanizzazione del cinghiale attraverso il linguaggio umano sia un tentativo maldestro di post-umanesimo; o meglio, di come possa sembrare post-umanesimo, ma in realtà ricada nell’umanesimo puro del mondo in cui esiste solo l’uomo (tendenzialmente bianco caucasico, sì).

Non penso esista una Verità della Letteratura; non penso dunque che raccontare una storia vuota sia in assoluto sbagliato. Lo ritengo tuttavia particolarmente sbagliato, nel senso del rapporto particolare tra me e il testo: è sbagliato per me, ha un effetto negativo su di me. Mi dice che la vita è banalmente inutile, cosa che so falsa. Mi mostra che la letteratura è un gioco onanistico, del tipo “mi posso piegare meglio perché mi sono fatto togliere un paio di costole”, cosa che so falsa. Mi dimostra che una letteratura che parte sfiduciata finisce sconfitta, anche se si rintana nell’arte per l’arte. Mi ricorda che le parole attivano delle emozioni, delle immagini e che la loro sete non è soddisfatta: mi ricorda che se ci sono cose che fanno il mio male, è mio dovere cercare di fare bene e meglio – anche per coloro che leggeranno e avranno lo stesso mio dolore.

2 thoughts on “Il cinghiale che uccise Liberty Valance – Meacci

  1. Insomma t’è piaciuto un sacco. Io continuo a lasciargli il dubbio di un’idea che non ho colto, ma continuo a perdere tutte le opportunità romane di vedere Meacci e chiedergliene conto.
    Che la lingua inventata da Meacci sia soprattutto l’italiano è verissimo, ma a me quell’aspetto ha infastidito solo per la sua violenza.

    1. Mi ha dato pagina dopo pagina sempre più fastidio. Non puoi sconnettere forma d’avanguardia e contenuto da… da… non so, George Sand? Non lo so, perché libri del genere NON-LI-LEGGO! Ovviamente lascio un margine di dubbio, non sarei più io se non lo facessi. Ma mi ha infastidito troppo perché io non renda conto del mio fastidio.

Leave a Reply