La cognizione del dolore – Gadda

categoria: un libro incompiuto; 71iOCpvSd6L

anche se avrebbe funzionato bene pure come libro a puntate – perché come tale La Cognizione del dolore venne pubblicato tra il 1938 e il 1941: anni in cui succedevano cose, in Italia, com’è noto.

Le calamità castastrofizzanti che l’Europa conobbe dal 1939 al 1945 e che gli intelletti meno insani dovettero già presagire a se stessi fin dal 1934-38 avevano a un tal segno sconturbato l’animo dello scrivente da ostacolargli (fino al 1940) indi rendergli a poco a poco inattuabile ogni sorta di prosa.

Questo Gadda lo fa dire all’Editore del vecchio trucco nell’Appendice. Uso dell’uomo è dimenticare; per chi conservi in un giardino aperto della mente invece gli eccidi del secolo passato, in corso di lettura la domanda può sorgere dal vento che passa fra l’erba di quel giardino lì: «Si, bello, ma perché dire questo, che valore ha sullo sfondo delle macerie?».

Così il libro rimane incompiuto. Quello che c’è, è un continuo dilagare, svoltare, disertare la narrazione principale; come un’escrescenza, sullo stelo si gonfiano, infecondate dall’ironia, storie da novel of manners: e si staglia preciso preciso, seppur trasposto in spagnoleggiante terra andina, il ritratto della campagna brianzola fascista del ventennio. Tanta è la parte occupata da altro che a stento si profila il protagonista: ma c’è, Gonzalo Pirobutirro, pieno del doloroso e rabbioso disgusto verso i compaesani maradragalesi. Al culmine della rabbia li vorrebbe ammazzare tutti, quegli idioti.

E come dargli torto!

L’incompiutezza dell’opera toglie qualcosa alla godibilità? Non lo so, perché non so cosa Gadda avesse in mente. Forse niente. Forse voleva solo sfogarsi, perché era circondato da maledetti imbecilli che mandavano il magnifico mondo a puttane. Non lo biasimerei. Vorrei tuttavia soffermarmi sul modo assolutamente indescrivibile di dire le cose, di nominarle: c’è una precisione così acuta da fare male, una precisione ipermetrope che stanca gli occhi alla lunga. A volte è solamente buttata lì come un inciso, attenzione al desiderio qui:

Erano dei poveri lucci, scuri, di muso aguzzo come il desiderio dei poveri, e tetro, che avevano remigato e remigato carestie verdi incontro all’argenteo baleno della durlindana;

Acuto ma delicato, perché detto per inciso, quasi sussurrato, quasi una carezza complice al desiderio aguzzo dei poveri. Ma lo sguardo severo e pizzicante del narratore fa anche ridere moltissimo il più del tempo, così raccontando:

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A quattro di bastoni per terra! Così la narrazione incalza, vola, corre, ti trascina. Ma non solo. Lo fa e poi inchioda e si sbatte il muso su una lastra di ghiaccio. Perché, dopo un capitolo che termina su una conversazione in fanta-spagnolo, il VII si apre così:

Nessuno conobbe il lento pallore della negazione.

Ma voi lo vedete, il lento pallore della negazione? Nella vostra vita, prendetevi, mettetevi davanti ad un’altra persona e provate a sentire il lento pallore della negazione, qui negata. Varrebbe la pena di dire no con coscienza solo per provare il brivido di questa frase. A fondo della stessa pagina (p. 141 per l’edizione Garzanti 2000):

Chiuse torri si levano contro il vento. Ma l’andare nella rancura è sterile passo, negare vane immagini, le più volte, significa negare se medesimo. Rivendicare la facoltà sana del giudizio, a certi momenti, è lacerare la possibilità: come si lacera un foglio intruppato leggendovi scrittura di bugìe.

La triplice immagine della falsità: la falsità nell’interpretazione della natura, la falsità nel raccontarsi frottole, la falsità del discorso imperante. Qui è Gonzalo che è questionato, in uno di quei nodi più difficili dell’Io. Brevemente riassumibile con: “Li disprezzo perché sono imbecilli, ma se avessi torto?” Perché, com’è noto, anche il più elevato misantropo deve poi confrontarsi con gli altri.

L’uomo tentò di riprendersi da quel delirio. Consentì ad aggiudicarsi un ritardo nello sviluppo, una sensitività morbosa, abnorme: decise di esser stato un ragazzo malato e di essere un deficiente. Così soltanto poteva stabilire una relazione tra sé e i suoi concittadini.

Ossia denigrandosi. Nascondendosi. Sconfiggendosi. Mi fa pensare al quadro «Stańczyk» di Wyczółkowski, 1989.

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Il buffone che servì tre re polacchi è l’unico umano nel teatrino delle marionette meccaniche, che indossano i volti della crème cittadina e della maggioranza. Arriva a volte quel momento della coscienza che sbarra gli occhi:

[…] gli parve impossibile che la sua vita fosse venuta filmandosi di un simile sciocchezzaio.

Il romanzo non concluso conclude sulla più bella – per me – alba della letteratura. Ma ve la meriterete da soli dopo aver letto questo capolavoro.

One thought on “La cognizione del dolore – Gadda

  1. La parte su Dio è meravigliosa. Comunque forse sì, poesse che lo stile di Meacci e di Gadda siano vicini, toccherà indagare. Anche se lui Gadda non lo cita mai per nome, mentre cita sempre Marquez.

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