Il cinghiale che uccise Liberty Valance – Giordano Meacci

Categoria: un libro scritto in una lingua inventata

La lingua che Meacci inventa per questo romanzo è una sorta di cinghialese, con tanto di grammatica e dizionario in appendice. Il cinghiale che uccise Liberty Valance è stato eletto come libro del mese di Maggio al gruppo di lettura, quindi – spero – vedrete almeno un’altra recensione per questa categoria, a meno che Emanuele e Malleveria non si dedichino ad altre letture in lingue inventate. Il libro è anche nella rosa del Premio Strega, ma questo ci interessa meno.

Spoiler, eh.

La linea principale del libro è la “presa di coscienza” del cinghiale Apperbohr, il suo ottenimento di una posizione di spicco nel branco, la sua storia d’amore con Llhjoo-wrahh e la sua morte per mano di quegli uomini che aveva deciso di intimorire. Questa trama si intreccia con quella del paesotto inventato di Corsignano, al confine umbro-toscano, con tutte le sue storie di amicizie, rivalità, amori, corna, debiti, tradizioni…

Quello di Meacci è un libro interessante, forse sperimentale, forse post-moderno, forse d’avanguardia, forse un punto e capo, e forse tutte queste cose insieme o nessuna di queste. Il problema che mi pongo dopo averlo letto, e che forse andrebbe presentato alla fine di questa sorta di recensione ma mi prude troppo per non scriverlo subito, è perché Meacci scrive così questo libro. Non diciamoci che la forma e lo stile non hanno senso, e quindi perché lo scrive così? O, in ultima analisi, a cosa serve la letteratura secondo Meacci, quanto meno la sua letteratura? Perché è chiaro che le storie di Corsignano sono fumo negli occhi, cose in più, a volte sembrerebbe anche messe un po’ a caso. Prendo una delle ultime linee narrative del libro, quella di Federica, donna divorziata, e sua figlia piccola Carola. Le seguiamo per un paio di capitoli, senza motivo apparente, senza che aggiungano nulla al libro, finché Carola non è sul balcone – con la chiara attesa sul cadrà di sotto? non cadrà di sotto? e poi in lontananza si sente lo sparo che uccide Apperbohr. Praticamente sembra di ritrovarsi a leggere di uno che passando in macchina vede un incidente, rallenta e poi continua a guidare, solo che la parte che ci interessa è l’incidente.

Insomma, che vuole dirci Meacci? Il libro si chiude sullo straziante, commovente lamento di Llhjoo-wrahh per la morte di Apperbohr, un passaggio molto sentito. Ma allora che c’entra? Il punto è l’amore e la morte, eros e thanatos? Non ho una risposta, e proprio questo mi causa prurito mentale. Nel libro non ho trovato una risposta. Che significa che forse c’è, e io non l’ho vista.

Leggo nel web che Meacci è allievo di Luca Serianni e che c’è qualcosa di linguisticamente importante nel Cinghiale che uccise Liberty Valance. Forse è così. Forse è solo un gioco di lingua, con un altro gioco di stile. Ma ciò non risponde ancora al mio perché.

È opportuno dare qualche elemento sulla forma del libro. Esso è composto di varie parti, di cui prettamente narrative tre: la prima formata da un capitolo non titolato, una sorta di volata-dolly (quello del cinema, non la pecora) su Corsignano; la seconda e la terza formate da 53 capitoli  distinti dalla data e montati in ordine non cronologico. La seconda parte conta i capitoli da 0 a 45, la terza da 46 a 52 (che non so se vuole essere numero simbolico delle settimane dell’anno, forse sì). Oltre a tutto ciò, in apertura c’è:

  • una “Mappa di Corsignano e dintorni”, che poi sarebbero il confine tra Toscana e Umbria;
  • le “Genealogie minime e parziali variamente ricondicubili a Corsignano”, che tengono conto della metà dei personaggi che appaiono nel libro e che quindi risultano un po’ inutili, quantomeno incomplete. Ma non è importante.

In chiusura c’è invece una sezione denominata “Cinghialerie”, in cui viene proposta la versione “originale” del capitolo 18 (su cui spenderò due parole più sotto) e un “Prontuario cinghialese con appunti di grammatica e fonomorfosintassi cinghialese” che viene idealmente ascritto a Ludovico Sanesi e Maria Luisa Vertecchi, i cui nomi appaiono nel capitolo 20 come futuri studiosi della ricostruzione di un dialogo in cinghialese.

Alcuni capitoli sono scritti in forme particolari, ad esempio il capitolo 20, una sorta di saggio linguistico-filologico; o il capitolo 28, che è una relazione dattiloscritta di due carabinieri:

meacci 2

oppure il capitolo 37, scritto sotto forma di pièce teatrale, con tanto di specificazione “sipario” e accentazione ritimica:

meacci 1

o, ancora, il capitolo 18, in cui i dialoghi sono in cinghialese – peccato che, dimostrando poco coraggio, il capitolo 18 in cinghialese sia esiliato in appendice e a testo si ritrovi quello tradotto in italiano.

A questo sperimentalismo (?) di forme si aggiunge quello dello stile, decisamente originale. Ci sono interi capitoli in cui in un solo capoverso si viene spostati spazio temporalmente tre-quattro volte per poi ripercorrere il cammino all’indietro, tornare al presente e chiudere il paragrafo punto e a capo. Un esempio, p. 175:

Prima, c’era stata la visita dal dottor Pascucci, a Piancaldo Alto. L’aveva fatto sedere su una poltroncina di pelle rosso bordeaux (o, per Alvaro, una grossa sedia dalla consistenza porosa del càlo del sole). Poi – immaginate la penombra di uno studio inerzialmente polveroso, il freddo del tardo pomeriggio di un dicembre degli anni Quaranta, il buio semitotale per Alvaro, le macerie del palazzo di fronte, nuove nuove (per un innesco venuto male di un plotone della Wehrmacht che s’era portato via un tenentino biondo di Brema e cinque pecore di passaggio: la fortuna del pastore, Ermanno Sterri: nemmeno di Piancaldo Alto, di Budo, era stata l’attardarsi a guardare le cosce della Silvia attraverso un portoncino accostato: guardate di che farina sono fatti i miracoli del diavolo), macerie protette dal panneggio nero che oscura la stanza lasciando una delle pochissime brutte lampade da tavolo art déco a fare il lavoro sporco del sole – il dottor Pascucci aveva acceso una candela e aveva chiesto ad Alvaro di fissarne la fiammella.

Se l’intera azione narrata si svolge tra 1999 e 2000, per interi capitoli si viaggia, in una sorta di scesa in apnea da lettore, trascinati da Meacci avanti e indietro nel tempo e nello spazio fino a tornare al presente del dettaglio che si raccontava in apertura. All’inizio è un po’ fastidioso, ma poi ci si adatta agli arzigogolii logici e tutto va bene.

Ancora in rete leggo che lo stile di Meacci sarebbe simile a quello di Cortàzar. Fidatevi, non è così. Io con Cortàzar mi sento a casa, con Meacci manco pe’ gnente. Piuttosto mi viene in mente Foster Wallace, che però ha una scrittura più pornografica e in un certo senso elegante di Meacci: il primo ti fa quei periodi di 10 pagine che però quasi non te ne accorgi che sono due ore che non c’è un punto, il secondo invece ti fa sentire sempre strattonato qua e là. Credo anche di ravvisare una qualche somiglianza tra Infinite Jest Il chingiale nell’attenzione necessaria al lettore a ricostruire alcuni incastri, anche quello semplicissimo del montaggio dei capitoli con cronologia esplicita. Cioè, i capitoli, pressoché tutti datati, non sono in ordine cronologico, e sta al lettore ricollocarli mentalmente nella giusta linea temporale. Ma forse IJ non c’entra, ed è solo esperienza cinefila quella che Meacci usa nel montaggio.

Si diceva della presa di coscienza di Apperbohr. È ascoltando le parole “ripensaci, amico” pronunciate in tv da John Wayne che Apperbohr ha la sua prima appercezione:

E in questo esatto momento di epifania, nell’istante prezioso in cui le tessere di un qualsiasi mosaïque vivant si ricompongono per dare vita a universi plausibili e colorati, la notte di Corsignano esplode in una summa atheologica e ferina di grida e rantoli e suoni e grugniti, quasi un fulmine sonoro si fosse raggrinzito nello strato epidermico del buio, appiccicandosi al nero concavo dell’estate come la crosticina luminosa di un graffio siderale, le luci sperse che si prefigurano da subito in cicatrici.

Il perché ci sia John Wayne lo si deduce dal titolo; L’uomo che uccise Liberty Valance è un western di John Ford del 1962 con Wayne e James Steward che fa da sfondo (e anche da copertina, essendo citato nel titolo) a tutto il libro. Nella notte tra il 19 e il 20 luglio 1999, quella in cui Apperbohr ha l’epifania, Walter e Fabrizio stanno guardando appunto il film. Il racconto della notte si frammenta in dodici capitoli sparsi nel libro, gli ultimi due dei quali (il 45° e il 46°) parlano dell’istante della cinghialesca presa di coscienza e arrivano subito dopo il capitolo che descrive la morte di Apperbohr – quindi struttura circolare, geometria che ritorna più volte esplicitata e commentata, ma non è l’unica.

(Ora, io il film non l’ho visto, vorrei vederlo, se lo vedrò vi farò sapere qualcosa, se ce ne sarà bisogno.)

La presa di coscienza di Apperbohr è sicuramente la parte più interessante del libro (il mio dubbio è che sia l’unica), e sembra rappresentare anche una rifondazione del linguaggio attraverso la sua riscoperta:

Da quando il primo degli Alti sulle Zampe, quello che ha un sasso che fa suono, ha cominciato a fare nuvole e vento dalla bocca e ha – Apperbohr non riesce a trovare bene la parola che valga tanto per lui quanto per la nuova lingua degli Alti sulle Zampe da quando ha preso a intenderla ripetuto, potrebbe essere la parola, il suono, la volta dell’albero sulla colline dietrosole, la volta dei massi a ciglio del Nardinle, la volta delle creste a balza alle falde mezzane del monte Arlecchino, lo chiamano gli Alti sulle Zampe, ora lui lo sa perché li ha sentiti, e le volte del suono- musica, si chiama:  e lui lo sa perché li ha capiti – sono uno e due e tre: uno come l’albero che chiamano il Pino del Crucco e due come i due massi sempre sul punto di cadere a valle, sul torrione naturale dietro la – diga, la parola è diga. E le balze mezzane dell’Arlecchino sono tre.

Mi rimane la domande del perché di questo stile e di questa forma. Non che le storie siano tutte fuffa da buttare; sono carine, alcune belle, meravigliosa la scena del funerale, toccante l’esperienza della morte di un altro cinghiale. Ma si percepisce che il punto non è quello – che se poi è quello il romanzo mi ha fatto schifo, eh.

Ma allora, qual è il punto? Cosa vuole dire Meacci? Bisognerebbe parlarne ancora.

 

ps. questa di Francesco Pecorari è una bella recensione, vi consiglio di leggerla: http://www.leparoleelecose.it/?p=23057

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