Orfeo – Virgilio, Ovidio, Poliziano, Rilke, Cocteau, Pavese, Bufalino

Categoria: un libro comprato in una giornata uggiosa

Comprato il 16 maggio a Roma, pioviccicava, cielo grigio. Per la cronaca il 17 sole e pioggia e oggi,18, sole. Maggio pazzerello, aprile… ops.

Marsilio odi et amo. Queste edizioni con le variazioni sul mito sono proprio una bella idea, peccato che ogni tanto mi rimangano le pagine scollate in mano. Vabbepperò costano poco.

Parto dalla fine, dal saggio di Andrea Rodighiero: non propriamente brillante, ma esauriente e utile, parte dal culto di Orfeo e arriva alle riscritture novecentesche . Spiega un sacco di cose che non sapevo. Tipo la storia di lui che si volta appare per la prima volta in Virgilio, perché prima si parla solo di catabasi e di una donna non meglio identificata. Questo esplicita anche la scelta, non sua, di non mettere testi greci nel libro.

Dire cose originali in un saggio su Orfeo è difficile, perciò Maria Grazia Ciani, che cura l’introduzione e il volume, decide di scrivere solo cose ovvie e inutili. Dopo aver letto Rodighiero viene da chiedersi di cosa parlasse Ciani. Esatto, di nulla.

Devo confessare che l’Orfeo di Cocteau l’avevo già letto qualche tempo fa. Cocteau scrive una pièce teatrale tra il comico e il parodico, non geniale ma piacevole, con un personaggio di Morte appassionante. Una cosa che a teatro la vedrei con piacere, ché sulla carta rende poco.

Di Virgilio ovviamente ci sono le Georgiche, di Ovidio le Metamorfosi (sia la catabasi sia la morte), di Poliziano tutta la Fabula di Orfeo, di Rilke una bellissima poesia, Orfeo. Euridice. Hermes., di Pavese un passo dei Dialoghi con Leucò e di Bufalino il racconto Il ritorno di Euridice.

La riscrittura più toccante è di Rilke, che pare abbia tratto ispirazione da un bassorilievo conservato al Museo

Museo Archeologico di Napoli
Museo Archeologico di Napoli

Archeologico di Napoli in cui è catturato il momento dello sguardo tra i due amanti, non appena Orfeo si è voltato. Euridice è accompagnata da Hermes, che la tiene per mano.

Stretta alla mano di quel dio,
mite e paziente lei andava,
il passo incerto per la lunga
tunica di morte.
Chiusa in sé, come in una speranza più alta,
non un pensiero per l’uomo che cammina avanti
né per la strada che la porta ai vivi.
Chiusa in sé. E tutta immersa
nella pienezza del suo essere in morte.
Quella sua grande morta, così nuova,
che la colmava di dolcezza oscura.
Null’altro essa capiva.
Come in una nuova verginità, intoccabile;
chiuso il sesso, come un fiore a sera,
le mani così disabituate alla vita di sposa
che il contatto con la mano del dio –
lievissimo tocco della dolce guida –
era troppo intimo per lei, e la turbava.

Rilke riesce a scrivere qualcosa di davvero inedito e inaspettato, una Euridice che trasmette appieno la sua alterità di defunta. I versi sul contatto della mano sono travolgenti.

E quando, all’improvviso,
il dio la trattenne e con dolore
esclamò: Si è voltato -,
lei non comprese e disse, piano: Chi?

Quella di Rilke è anche l’unica Euridice che non scompare nel nulla allo sguardo di Orfeo, ma che si volta col suo accompagnatore e se ne ritorna sui suoi passi. Quant’è bello?

Rilke non accenna alle motivazioni di Orfeo, mentre Virgilio lo descrive victus animi e Ovidio dalla paura di perderla e dall’ansia di vederla. Poliziano parla invece di “mio furore”, e solo in Pavese e Bufalino la scelta di Orfeo diventa ponderata. Così Pavese:

BACCA: Qui si dice che fu per amore.
ORFEO: Non si ama chi è morto.
[…]
BACCA: Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata.
ORFEO: Per poi morire un’altra volta, Bacca. Per portarsi, nel sangue l’orrore dell’Ade e tremare come giorno e notte. Tu non sai com’è il nulla.

Pavese è quasi filosofico, molto forte, molto netto. Convinto. Orfeo non ha dubbi, checché ne dica Bacca.

Anche Bufalino sa essere inedito, ma in una maniera che ho trovato più scontata. Il punto vista è quello di Euridice che aspetta la barca di Caronte per tornare al di là dell’Acheronte. Ella sente crescere un’epifania sotto una costola, che si rivelerà solo in chiusura: Orfeo aveva già deciso di girarsi e, nell’atto di farlo, era già pronto ad intonare il suo canto di tristezza, preparato ben prima della discesa nell’Ade. Come diceva Dante, “di necessitade convene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia”. È condizione della poesia, di un tipo di poesia, almeno.

Un’ultima nota. Leggete Lume oscuro del polacco Aleksander Wat, ci troverete tanto Orfeo e Euridice, Martyna docet.

Ps: la statua di Canova in copertina ci sta. Però, dai, fa un po’ ridere.

orfeo
Cazzo, pe’ la metro dovevo anna’ dall’altra parte!

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