Bough down – Karen Green

Categoria: un libro che hai in casa da sempre, ma hai sempre evitato

Un libro uscito nel 2013 non ce lo puoi avere in casa da sempre, mi direte voi. D’altra parte, bisogna tenere a mente: la fluidità del concetto di “casa”; il fatto che, posto che casa sia la prima casa, sono io il lettore di casa, e quei quattro libri che c’erano prima che io cominciassi a comprarne me li sono già divorati da un pezzo; il fatto che mi sono trasferito a ottobre. Ne deriva che Bough down ce l’ho in casa da sempre.

Soprattutto, è un libro che ho sempre evitato. Non solo per un problema linguistico (n.b. è in inglese), ma principalmente perché l’idea di leggerlo mi faceva sentire come uno di quei giornalisti del pomeriggio che vanno a fare domande idiote sul luogo del delitto, a ficcanasare. Temevo insomma quel sentimento di morbosa curiosità per i lutti altrui: Karen Green è la vedova di David Foster Wallace, impiccatosi, e Bough Down racconta i mesi successivi al suicidio del marito.

È difficile definire il genere del libro. Di base si tratta di una narrazione lirica fatta attraverso prose poetiche, collage e pagine bianche. Ad esempio:

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Alle parole si affiancano questi piccoli francobolli-collage, fatti di disegni, stampe, ritagli di frasi (che spesso sono frammenti di poesie altrui), impronte digitali, fogli a quadretti, piccoli oggetti. Il loro significato è spesso oscuro e si potrebbe far luce solo con uno studio approfondito dei rimandi tra testo e immagini, dei richiami grafici e lessicali, e via dicendo. Una parte importantissima, in tutto il libro, ce l’hanno i colori, spesso nominati ma presentati, nei collage, in tinte sfocate e marroncine, sbiadite. D’altronde, l’autrice si chiama Green, e la sola analisi del “verde” meriterebbe uno studio a sé. In più, le prime due parole del testo sono “June, black”, e poco dopo Green dice “I take one of your blue pills” (your cioè di Wallace).

Le pagine bianche sono molto importanti, totalmente bianche, senza numero di pagina. Sono momenti di nulla, vuoti di pensiero e di vita, necessarie soste. Danno un ritmo, una velocità, una cadenza al lutto e ai giorni.

Bough Down è un libro pesante, sofferto, in cui il tempo si mescola, il passato col presente, quasi mai il futuro.

It’s hard to remember tender things tenderly.

[…]

Autumn, and I am trying to go a few minutes without drugs to see how it fells.

[…]

I worry I broke your kneecaps when I cut you down. I keep hearing that sound. We fly from the world, right, like shrapnel angels, but why is everything so laden around here?

Your legs were elegant, and you crossed them elegantly, not like a boy pretending his jewels were too big.

[…]

The garden and the husband, well, I was confused about what I was keeping alive. The garden fed us all summer long and I thought the thriving was mutual, could be mutual; I was confused. The succes of the vegetables was not my priority, and the other thing was not my job after all. My job was humility.

È anche una narrazione piena di personaggi, tutti senza nome proprio. La jazz lady, la doppelgänger widow, your fallible doctor (e quanto senso in quel fallibile), il mathboy, i cani… Ed è anche una lettera a Wallace, che rimane sempre il Tu; una lettera di cui i collage possono essere i francobolli (anche se in tanti hanno voluto dire che sono inutili; a me sembrano fondamentali nell’economia del libro).

December

Applied brie with a knife to both knees through the holes in my jeans and let the dogs lick it off, as a joke, kind of.

Pensate quanto inquietante possa essere questo passaggio per il richiamo delle kneecaps citate sopra, le rotule dell’amato impiccato che ella teme si romperanno mentre taglia la corda che lo tiene sospeso.

Un esempio di collage, in cui si intravedono, a destra e a sinistra, i versi di Thomas Hood:

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Una riga percorre e cancella il verso “I’ve solved death’s awful riddel”. Un’impronta digitale al centro, impronte (ce ne sono tante) che rimangono oscure alla mia interpretazione (a meno che non siano le impronte di lei sulla scena del suicidio, che la polizia necessariamente avrà raccolto e analizzato). Da un punto di vista meramente letterario, c’è una forte presenza della tradizione poetica e lirica, a partire dai frammenti di versi dei collage, appunto (e mi vengono in mente “these fragments I have shored against my ruins “ nel finale della Waste Land di Eliot). Già dall’inizio, con l’immagine del giardino pieno di vita contrapposto de facto al mondo dell’Io.

Verso la fine:

Ultimately, the loss becomes immortal and the hole is more familiar than tooth. The tongue worries the phantom root, the mind scans the heart’s chambers to verify its emptiness. There is the thing itself and then there is the predicament of its cavity.

E infine, l’ultima prosa:

I keep some windows bare but the bedroom has billowy curtains. South of here a couple buys a painting and they kiss in front of it like teenagers. He still has no ideo how to seduce her, which seduces. Another couple made daughter in the room where we and the bookending dogs had our last nap. She scoots around the refurbished cork. Maybe the doctor’s girls draw on the sanctuary walls, but he doesn’t diagnose them, he compliments them. Maybe the dimpled hand loves thecrayon unconditionally for a while. I can’t help but root for all this perishable animal behavior. I is perishable, can’t is perishable, roots are perishable. I can’t wrap this up.

Poi una pagina bianca, poi (lo ingrandisco):

 

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2 thoughts on “Bough down – Karen Green

  1. Non si legge un libro di lutto impunemente. Tu come stai? Voglio una recensione scopertamente, impudicamente, pornograficamente emotiva, per favore.

  2. All’inizio era straziante, poi devo dire a una certa stucca. Bello tutto è, in ogni caso, ma poi diventa un po’ monotono. O sono io che ho accumulato troppe parole di cui non sapevo il significato e ho perso il filo. Al di là, mi sono chiesto perché me lo racconta, è lei la pornografa, io non so se l’avrei pubblicato.

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