La Reprise – Alain Robbe-Grillet

Categoria: un libro scritto quando l’autore aveva più di 70 anni.

Alain ne aveva in effetti 79. Ma La Reprise avrebbe potuto funzionare anche nella categoria “una riscrittura” e, forse, anche come “un libro pornografico”. Anche se più probabilmente è un libro erotico e solo in parte.

La categoria pone due evidenti problemi: o i migliori muoiono presto, oppure iniziano a scrivere cacate. Questo non è il caso del mio amato, o v v i a m e n t e.

È una riscrittura e la riscrittura di una riscrittura: nel 1953 fa la sua entrata in scena il primo romanzo di Robbe-Grillet, “Les Gommes”, prologo, epilogo e cinque atti di romanzo per la riscrittura già postmoderna dell’Edipo Re. Al tempo solo Beckett se ne accorse e le Editions de Minuit pubblicarono un papiello scritto da ARG sotto pseudonimo per spiegare questa cosa. Nel 2001 esce “La Reprise”, nuova riscrittura dell’Edipo Re (ma con tratti dell’Edipo a Colono, anche) e allo stesso tempo riscrittura – o meglio: ripresa – delle Gomme del ’53. Con citazioni interne di altri romanzi e suoi stessi film.

Bellissimo.

“La ripresa” è il titolo di un’opera di Kierkegaard, tradotta erroneamente con “La ripetizione”; termini importanti nella poetica di ARG, perché la ripetizione guarda nel ricordare all’indietro, mentre la ripresa è un ricordare ma verso avanti. Per cui, il bellissimo incipit del libro: «Ici, donc, je reprends, et je résume.» è tutta una dichiarazione di poetica e di filosofia. E per tutto il testo le enunciazioni narrative dei narratori si contraddiranno, si prevaricheranno e i due gemelli, le due ombre, i due doppi, M. e W. si scambieranno di posto pur cercando di conservare la propria, fragile, indeterminata identità di carta. O di cera, legno, porcellana, carne, vernice – visto che i manichini e gli altri postiche popolano il testo, squarciando il velo e lasciandoci dibatterci debolmente tra la vita e la morte. Per 250 pagine.

Appassionante problematica dell’identità quindi, trasposta nel linguaggio ARG senza profondità, senza simbologia… ma davvero? Abituati alla rigidità secca dei libri degli anni ’50-’80, questo appare come una selva di significati e significanti mutevoli, con figure retoriche dagli astrusi nomi latini che solo i secchioni conoscono ma che nessuno sa però usare. E oltre la mitologia che germoglia in maniera talvolta kitsch (davvero qualcuno poteva non pensare che Joelle Kastanjevica non fosse Giocasta?) e ampia, con Medusa, Pandora, Io, Antigone, labirinto, Dedalo, etc, c’è anche il folklore bretone e celtico dei mari del nord a confondere e dare un luccichio di oscure forze – stavolta reali. Inoltre, come anticipavo sopra, la tensione intellettuale nel tentativo di tenere tutti i pezzi insieme, crolla di fronte alle scene di bondage e a quelle di tortura, che sfiorano la pornografia – laddove i testi precedenti (fino all’81 almeno) e i film tutti, rimangono nell’ambito delle superfici chiuse e dell’impenetrabilità dell’oggetto (anche umano, sì, ma inteso come estetico. C’è molto Duchamp qui).

Poi io ci vedo tante cose; ci vedo Duchamp, ci vedo Kantor, ci vedo Artaud ma sono tutte cose ancora da scrivere, ancora da dimostrare ed ecco la minaccia amici miei, lo farò, non temete, lo farò e vi terrò al corrente come sempre, con tutte le mie ossessioni.

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