Amatissima – Toni Morrison

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Categoria: un libro scritto da un premio Pulitzer

Gonna lay down my sword and shield
Down by the riverside
Down by the riverside
Down by the riverside
Gonna lay down my sword and shield
Down by the riverside
Ain’t gonna study war no more.
(Spiritual almeno ottocentesco)

Pensavo che non sarebbe successo mai.

Affinché succedesse, ho barato.

Perché in effetti «Amatissima» esce nel 1987 negli States ed è un libro così bellissimo che Toni ci piglia il Pulitzer nel 1988. Quindi, mentre scrive «Beloved», mentre guarda la giovane donna uscire dall’acqua che separa i morti dai vivi e i vivi dai morti, mentre si licenzia dalla casa editrice dove lavorava (tutto ciò sta avvenendo all’incontrario naturalmente, come in un racconto di Carpentier) – Toni Morrison è già un premio Pulitzer?

Ma essendo in fase morrisoniana acuta non potevo non volerne parlare anche qui. «Beloved» è un testo incredibile. Che ci ha la storia, ci ha il realismo magico, ci ha i canti le preghiere il cibo i colori e la loro assenza e ha anche delle donne fortissime così che neanche ti puoi immaginare.

C’è una casa al limitare della guerra di Secessione. Ci sono Baby Suggs (che se potessi sarei io), schiava liberata dal figlio; Sethe, schiava fuggiasca che ha partorito in una barca sfondata e poi ha attraversato il fiume Ohio; la-bambina-che-già-gattona, spezzata a metà dalla mamma e tornata; Denver, la bambina partorita sul fiume poi attraversato, che in un gran casino e figlia della libertà compie il suo apprendistato e esce dalla melma con la testa dritta.

Dopo è un po’ spoiler, quindi a vostro rischio e pericolo.

Il nodo della questione è che Sethe uccide la figlia senza nome (e intendeva uccidere anche i restanti 3) perché è scappata e oltre lo steccato della casa di Bluestone Road compare il “padrone” e lei ha la testa piena di becchi di colibrì e sente solo no no no no no no no e fa quello che fa.
Figurati un po’ che è una storia vera, se googli Sethe la trovi.

A me m’ha spezzato i nervi, mentre ero a leggere sull’erba nello sprofondo dell’Appia Antica, là dove i turisti non arrivano più. È una storia che ti supera. Che a Baby Suggs (che se potessi, sarei io) la spezza per sempre e la riduce a cercare un’occupazione innocua in assoluto. Baby Suggs che accoglieva tutti e amava tutti e da lei i bambini giocavano con le scarpe dei forestieri.

Mi ha stupito molto che tecnicamente sia così distante da Song of Salomon, che è di quasi 10 anni precedente e che dà sfoggio di una consapevolezza di tecniche narrative raffinatissime. Qui no. Qui certe cose sono sull’orlo della semplicità (ma leggo anche in traduzione, quindi, si sa…). Ma questa è una storia che ti supera.

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